Home Page
GHANA

a cura di Emiliano Cataldi Condividi SurfNews

Dall'Africa con aloha.

Gli inglesi la chiamavano 'la Costa d'Oro' ed era il fiore all'occhiello dell'imperialismo britannico. Nonostante la situazione sociale sia relativamente tranquilla (è stato il primo stato africano ad ottenere l'indipendenza nel '57) e le riprese di Endless Summer 1 nei primi anni '60, sono pochi, ad oggi, i surfisti che abbiano solcato i suoi lunghi point destri. Sam Bleakley a Fete.

Su un grande e malridotto cartellone pubblicitario appeso fuori agli arrivi dell'aeroporto internazionale di Accra campeggia una scritta in stampatello, dipinta a mano con della vernice blu su uno sfondo giallo, che recita 'Akwaaba to Ghana!'. Benvenuti in Ghana! Catapultato fuori dal terminal nel bel mezzo di un calderone fatto di colori, odori, volti, suoni e lingue incomprensibili tento di aprirmi un varco fra una folla di donne e bambini per raggiungere una zona più tranquilla del piazzale antistante dove attendere l'arrivo dei miei compagni di viaggio. Tengo d'occhio l'uscita del terminal per ore nella speranza di veder apparire da un momento all'altro qualcuno, e quando gli addetti alla sicurezza si apprestano a chiudere l'aeroporto per la notte e di surfisti non vedo nemmeno l'ombra, sento un vago senso di disagio montare nello stomaco. Tento di riordinare le idee, recupero lo zaino e la sacca e mi trascino verso un gruppo di tassisti annoiati che sostano a poca distanza sotto il cartellone. Sarà l'una di notte ormai e probabilmente sono l'unico uomo bianco ancora in giro a quest'ora, ho solo una vaga idea di dove sono finito ma non ho la benché minima idea di cosa ne sia dei miei compagni di viaggio, non so dove andare e probabilmente sto per pagare un prezzo esorbitante per farmici portare'mica male come inizio! Salgo in auto tentando di ricordare il nome di un albergo del quale ho sentito parlare tempo fa, il driver sembra più confuso di me, si consulta con i colleghi e alla fine tutti insieme decidono che Osu è il posto dove voglio essere portato. 'Se lo dite voi'' sono le ultime parole che pronuncio prima di affidare il mio destino nelle mani del tassista e sprofondare nel sedile del passeggero. Durante il tragitto per Osu riesco ad intravedere nell'oscurità poverissime baraccopoli costruite accanto a sontuose ville di epoca coloniale, rottami arrugginiti carichi fino all'inverosimile superati da grossi fuoristrada americani nuovi di zecca, famiglie di senza tetto che dormono sui marciapiedi proprio di fronte a luccicanti centri commerciali e locali alla moda: indipendentemente da quanto bene ci si prepari al contatto con le contraddizioni con cui l'Africa si trova a fare i conti giorno dopo giorno, la realtà dei fatti è comunque difficile da accettare. Mi faccio lasciare di fronte ad un modesto albergo in una via deserta e poco illuminata, e vedendo il taxi allontanarsi nella notte mi tornano in mente le parole scritte sul cartellone: 'Benvenuto in Ghana' ripeto a me stesso prima di varcare un pesante cancello di ferro e posare il passaporto su un bancone vuoto. Il mattino seguente mi sveglio di buon ora e dal patio dell'albergo mi trattengo ad osservare il vivace viavai che anima la strada principale di Osu. Venditori di strada e uomini d'affari, ristoranti modesti e negozi di hightech, donne, bambini, animali, automobili, minibus e biciclette convivono in qualche modo fra le file di bassi edifici che delimitano Osu street. Aspetto che apra un internet cafè nella speranza di ricevere notizie dei miei amici, e dalla rete apprendo che un allarme provocato da un attentato appena sventato a Londra ha causato ritardi e cancellazioni al traffico aereo di mezzo mondo. Di conseguenza John Callahan e Fred D'orey sono rimasti bloccati a Johannesburg, mentre Randy Rarick e Sam Bleakley sono a Londra in attesa che i voli riprendano regolarmente. Sembra che dovrò trascorrere ancora qualche giorno da solo in Ghana ma, almeno secondo le previsioni meteo, non correrò il rischio di annoiarmi. Una mareggiata ben organizzata infatti sta per raggiungere il golfo di Guinea prospettando un significativo aumento del moto ondoso per i giorni a venire, quindi senza perdere altro tempo carico un paio di tavole su un taxi e decido di andare a dare un'occhiata alla costa nei dintorni di Accra in cerca di spot. Fortunatamente Randy, che è già stato in Ghana negli anni '70 e più di recente anche 1992 in missione di ricognizione per conto di Bruce Brown durante le riprese di Endless Summer II, dopo aver sorvolato gran parte della costa del Golfo a bordo di un piccolo Cessna ha compilato una mappa abbastanza dettagliata degli spot che ci ha poi inviato per email. Cartina alla mano e seguendo le indicazioni di Randy decido di iniziare la mia esplorazione dalla spiaggia di Labadi, una popolare destinazione turistica appena fuori città molto frequentata, specie durante il fine settimana, dalla ricca borghesia di Accra e da qualche turista europeo di passaggio. Scorgo l'oceano per la prima volta oltre una serie di casupole allineate lungo l'unica strada che porta fuori città, e la vista delle onde che frangono in lontananza mi fa già pregustare il piacere di una session imminente ed inaspettata. Rimango sorpreso ancora di più quando, giunto a Labadi, mi trovo di fronte ad una spiaggia bianchissima incastonata fra un folto palmizio ed il mare, e sulla quale sorgono diversi beach bars e ristorantini nei quali si serve birra ghiacciata e si ascolta del buon reggae. Labadi è una spiaggia attrezzata in piena regola, con tanto di postazione di lifeguards, una piccola comunità di Rasta che sbarca il lunario vendendo vari oggetti di artigianato locale ai turisti, e delle ripide e divertenti onde di beach break che si frangono poco distante. Grazie al periodo lungo della mareggiata, al leggero vento da terra e alla marea crescente, le ripide e veloci destre di Labadi si srotolano dal picco più fuori fino ad un divertente inside che rompe vicino a riva, ripagandomi delle fatiche patite durante il viaggio con una lunghissima session fino al tramonto. Essendo l'unico surfista del circondario vengo subito avvicinato da George, lo strano personaggio perennemente brillo che è a capo dei lifeguards e che, stando a quello che dice, è anche l'unico surfista locale. Le sue conoscenze in materia di surf sono piuttosto limitate ma George dimostra un'ospitalità senza precedenti prodigandosi perché non venga derubato di tutto quando entro in mare ed istruendo i suoi colleghi sui pericoli in cui potrei incorrere mentre surfo. Mi bastano poche onde per entrare in completa sintonia con i ritmi di Labadi, per assaporare il piacere di surfare da solo uno spot vuoto, per godere del sole africano e rilassarmi in spiaggia insieme ai miei nuovi amici, ma spinto dalla curiosità di surfare i leggendari point destri che Randy ha annotato sulla sua mappa, alla mattina del quarto giorno decido di spostarmi lungo la costa ad ovest di Accra. 'Posso sempre tornare a Labadi se non trovo niente di interessante' ragiono fra me e me, ma, come avevo immaginato, non sarei più tornato. Quando rientro in albergo alla sera trovo la lobby invasa da una montagna di bagagli e tavole da surf, segno tangibile che anche il resto del gruppo è finalmente arrivato. Di fronte ad una ottima cena e ad un paio di Star ghiacciate definiamo i programmi per i giorni a venire e passiamo il resto della serata fantasticando sui racconti dei primi viaggi di Randy in Africa. Nei primi anni '70 Randy ed un paio di amici vendettero tutto quel che avevano e decisero di imbarcarsi per uno straordinario viaggio in Africa e così, acquistata una Land Rover usata a Città del Capo ed applicate delle false targhe hawaiiane, risalirono l'intero continente fino a giungere, dopo oltre due anni e mille peripezie, in Europa. Poi le cose cambiarono, molti paesi ottennero l'indipendenza e furono dilaniati da guerre civili e lotte intestine, e da allora gran parte dell'Africa non ha più attraversato periodi di pace e stabilità. Se provassimo ad intraprendere un viaggio del genere ai giorni nostri saremmo fortunati ad arrivare indenni alla fine del Transkei o ad attraversare incolumi la Namibia, ma questo evidentemente non ha scoraggiato Randy dal continuare a viaggiare ed esplorare l'Africa e le sue coste in cerca di onde vuote. Il nostro nuovo compagno di avventura si chiama Emanuel ma per qualche motivo preferisce farsi chiamare 'Power': non che sia giovane o atletico, avrà almeno sessant'anni, ma il fatto è che in Ghana i soprannomi vengono presi molto sul serio e quindi d'ora in poi lui sarà semplicemente Power. Per lo meno è onesto e si accontenta di poco per portarmi fin dove voglio andare, e sembra particolarmente entusiasta di essere pagato per lasciare, almeno per un giorno, la sua routine quotidiana ed andarsi a cacciare in qualche situazione insolita in compagnia di un gruppo di surfisti. Alle sette in punto si presenta sotto l'albergo con la sua Opel Kadett marrone tirata a lucido ed il vestito buono, dopo aver legato le tavole sul tetto siamo pronti per iniziare il nostro viaggio in cerca di pointbreaks verso ovest. Mano a mano che ci si allontana da Accra il traffico diventa meno intenso e si ha l'impressione che i conducenti non seguano regole precise di guida se non quella di lasciare sempre la precedenza ai veicoli più grandi per ovvie ragioni di sopravvivenza. Tutto il resto, è proprio il caso di dirlo, è lasciato alla divina provvidenza, dato che su ogni macchina, moto, camion o autobus vengono applicati enormi adesivi invocanti la protezione del Signore per il veicolo ed i suoi occupanti. I Ghanesi infatti sono un popolo molto religioso, tanto da arrivare a battezzare i neonati quasi esclusivamente con nomi della tradizione cristiana e da usare citazioni della Bibbia come nomi di società, negozi ed attività di ogni genere. Power sembra non farci più caso, ma leggere le centinaia di cartelli pubblicitari disseminati lungo la strada diventa il nostro passatempo preferito durante il tragitto verso il villaggio di Senya Bereku. Ad un certo punto lungo il percorso lasciamo la strada principale ed imbocchiamo una pista di terra rossa che si snoda attraverso la savana fra enormi termitai ed imponenti alberi di baobab. La Opel alza una fitta nuvola di polvere che i bambini dei villaggi hanno imparato a riconoscere da lontano, e a decine saltano fuori dalla boscaglia semplicemente per assistere al passaggio di un'automobile e salutare festosamente. Questo è l'altro volto del Ghana, famiglie che vivono in capanne di fango e paglia in mezzo alla savana, che si sostentano grazie ad una agricoltura modesta e praticano diffusamente il baratto: quando la televisione o i giornali parlano delle popolazioni che vivono con meno di un dollaro al giorno immagino si riferiscano a questa gente. Attraversato il villaggio proseguiamo fino a Fort Good Hope, un piccolo castello fortificato costruito dagli Olandesi in cima ad una alta scogliera ed usato, fino ad un paio di secoli fa, come prigione in cui venivano rinchiusi gli schiavi che venivano poi imbarcati sulle famigerate navi negriere alla volta dell'America. Ristrutturato di recente, il forte è stato adibito ad ostello e, oggi come allora, dalle celle con vista si possono ammirare le lunghissime destre che, piegando attorno al promontorio, si srotolano lente e regolari fino in spiaggia. Anche se il colpo d'occhio del lineup è impressionante decidiamo di cercare uno spot più consistente e più adatto alle nostre tavole corte sul lato esposto del promontorio e, seguiti da una schiera di bambini esultanti, ci incamminiamo per gli stretti vicoli del villaggio. Ho la sensazione che non siano stati molti gli occidentali mai avventuratisi fra le povere case di Senya, soprattutto quelli con una tavola sotto braccio o una Pelican piena di attrezzatura fotografica, ma, nonostante l'estrema miseria che ci circonda, non avvertiamo mai alcun pericolo per noi o per il costoso equipaggiamento che abbiamo al seguito. Dopo aver attraversato il villaggio siamo costretti a fermarci in cima al cliff e dobbiamo accontentarci di guardare da lontano le serie di onde che frangono attorno ad un promontorio poco distante: l'intera spiaggia infatti è usata come latrina e discarica di rifiuti dagli abitanti del villaggio, e riusciamo a resistere solo pochi minuti prima di essere sopraffatti dal terribile odore. Molto spesso la conseguenza più diretta della miseria è proprio l'incuria per la natura, ed il Ghana, che pure è il paese più prospero e democratico dell'Africa equatoriale, non sembra fare eccezione. Lasciamo Senya Bereku a malincuore e decidiamo di esplorare il tratto di costa che ci separa da Fete, una delle onde più consistenti dell'Africa Occidentale, in cerca di maggiore fortuna. Di fronte a noi la pista di terra rossa si perde nella vastità della savana, e l'andatura lenta che siamo costretti a tenere sembra amplificare il senso di smarrimento che si prova quando si è attorniati da un territorio tanto esteso. È ormai pomeriggio quando raggiungiamo le prime malridotte baracche di cui è costituito questo piccolo villaggio di pescatori, e per la prima volta ci troviamo di fronte a scene di miseria vera. Non so quali siano i parametri con cui si misura la povertà ma penso che peggio di questo ci sia solo l'emergenza umanitaria, ed il paradosso più stridente è che proprio sulla spiaggia di Fete, a due passi dal villaggio ed affacciato su uno dei pointbreaks più suggestivi che ricordo di aver mai visto, sorge uno dei resort più esclusivi e costosi di tutta l'Africa. Se a Fete quando va bene si sopravvive con meno di un dollaro al giorno, per trascorrerne uno solo di giorno all'interno del White Sands Beach Club di dollari ne servono ben novecento a persona, più o meno quanto guadagna l'intero villaggio al termine di una buona giornata di pesca. La vista della prima serie che inizia a rompere in cima alla punta ci distoglie da queste tristi considerazioni, e per il resto del pomeriggio surfiamo le lunghissime destre che entrano nella baia. L'aspetto più straordinario di questo spot è che ci si rende conto dell'effettiva estensione del lineup solo quando si è già in acqua, e più remiamo verso il largo più realizziamo che la sezione che vedevamo da riva non è altro che l'inside dell'onda vera e propria. Nonostante John ci chieda di surfare solo una sezione per evitare di sprecare troppo tempo per tornare sul picco, a volte la parete che si ha di fronte è troppo invitante per decidere di fermarsi, e in un paio di occasioni non riesco proprio a resistere alla tentazione e continuo a surfare la stessa onda per centinaia di metri fino a riva. A fine session siamo tutti esausti ed in preda ad una fame talmente smisurata da poter mangiare qualsiasi cosa' o quasi. L'unico posto dove poter mettere qualcosa sotto i denti è una piccola baracca nel villaggio, dove due donne stanno impastando della farina di cassava in un mortaio e cuocendo un oleoso brodo di carne: si chiama Fufu e in Ghana è considerato una vera prelibatezza, ma ha l'aspetto di una polenta cruda ed unta che, dopo essere stata intinta nel brodo, viene mangiata con le mani. La vista del disgustoso intruglio dissuade gli altri anche solo dall'assaggiarlo, e per onorare l'ospitalità delle due donne spetta a me l'onere di provarlo ed intrattenere mezzo villaggio che nel frattempo è accorso per godersi lo spettacolo. Il primo boccone ha una consistenza gelatinosa ma il sapore non è poi così male e, dopo un paio di tentativi fra le risa generali, trovo il modo di finire il pasto senza vomitare. Una delle donne si compiace del fatto che abbia mangiato tutto esclamando'Akwaaba to Ghana!' e facendomi rendere conto, in questo preciso istante, di come l'ospitalità sia un dono che prescinde dalla ricchezza, dalla condizione sociale o dal nome che gli viene dato. Alle Hawaii lo chiamano Aloha, qui semplicemente Akwaaba.


Ricerca SurfNews
Articoli
IL PROGETTO CONTINENT

Una chiaccherata con l'editore capo Bruce Sutherland ...
SIPPING JETSTREAMS

'Twenty years from now you will be more disappointed by the things ...
GHANA

Dall'Africa con aloha.

Gli inglesi la ...
UNA TRAGICA MAREGGIATA

1119 comuni e 34 province alluvionati, 118 vittime e onde di oltre 4 metri ...
UN PASSO INDIETRO

Dal verde al blu al bianco e nero



Al ...
NORTH EAST ENGLAND

I fondali giusti nel posto sbagliato

L' Inghilterra ...
DIETRO LA LENTE

Intervista con Riccardo Ghilardi

Nome: Riccardo

...
Archivio magazine »
Scarica gratis Surfnews Magazine