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LA SPIAGGIA DI ALFRED

a cura di Emiliano Cataldi Condividi SurfNews

Ci sono immagini e parole che sfiorano le nostre vite solo per alcuni secondi, magari mentre distrattamente guardiamo un telegiornale o sfogliamo le pagine di un settimanale, e che la nostra mente tende a cancellare altrettanto rapidamente per lasciare spazio a pensieri meno sgradevoli. Eppure, che se ne parli o meno, molti dei drammi che ci vengono quotidianamente raccontati continuano ad esistere e ad insanguinare parti del mondo che percepiamo come infinitamente distanti anche se, in realtà, distanti non lo sono affatto. Siamo cresciuti pensando che fosse del tutto normale associare le parole guerra ed Africa, come se la violenza fosse uno stile di vita in voga da quelle parti piuttosto che una tragedia abbattutasi su quei paesi. Prima del mio arrivo in Liberia c'erano molte cose che non avevo mai visto, ed altre ancora che avevo visto solo in fotografia o in televisione. Non avevo mai visto i caschi blu dell'Onu ed i loro fuoristrada bianchi con la scritta 'UN' sulle fiancate ad esempio, non avevo mai visto fori di proiettili sparati con l'intento di uccidere degli esseri umani e non avevo mai visto dei bambini elemosinare del cibo invece di soldi. Ma soprattutto non avevo mai visto gli occhi di chi, a causa della guerra, ha perso tutto ciò che aveva: la famiglia, la casa, il lavoro. Sotto un cielo cupo ed una pioggerellina incessante attraversiamo Monrovia a bordo di un'automobile sgangherata, mentre fuori dai finestrini scorrono immagini di distruzione e desolazione. Tutto intorno la devastazione è talmente evidente da non lasciare spazio neanche alla curiosità o alle nostre domande, e solamente Dominic, un amico di Monrovia che ci accompagna in questa spedizione, di tanto in tanto rompe il silenzio che regna nell'auto per raccontarci episodi avvenuti nei quartieri che stiamo attraversando o la storia di qualche edificio semidistrutto cui passiamo davanti. È straziante rendersi conto di come nei conflitti combattuti 'porta a porta' come le guerre civili, il territorio venga depredato e razziato in modo così sistematico da non lasciare più nulla alla popolazione civile, talvolta neanche un posto dove dormire. Durante la guerra in Liberia infatti, quasi tutti gli edifici di Monrovia sono stati crivellati da colpi di mortaio prima di essere saccheggiati ed infine dati alle fiamme, e nonostante lo stato di estrema fatiscenza in cui versano tuttora, al loro interno vivono ancora oggi centinaia di famiglie. Edifici pubblici, palazzi, chiese, alberghi e perfino lo stadio sono stati trasformati in giganteschi dormitori dove migliaia di persone vivono nella più totale indigenza. I più fortunati, come Dominic e la sua famiglia, vivono invece in baracche con il pavimento in terra battuta ed il tetto di lamiera, all'interno di campi profughi che a noi hanno insegnato a chiamare bidonville o favela: per loro è semplicemente casa, e per questa prima notte in Liberia lo sarà anche per noi. A poco a poco che i generatori di corrente vengono spenti il brusio proveniente dal vicinato diventa sempre più sommesso, e l'unico rumore che ci accompagna nella notte è il tamburellare della pioggia sui tetti di lamiera. Anche se siamo arrivati in Liberia solo da poche ore, la giornata appena trascorsa sembra essere stata una delle più lunghe che abbiamo mai vissuto. È l'alba di un nuovo giorno e l'intera popolazione di Monrovia sembra riversarsi nelle strade. Fin dal primo mattino la confusione regna sovrana per le vie della città, mentre su migliaia di bancarelle improvvisate si vende e si baratta di tutto, per lo più oggetti di uso comune di seconda o di terza mano, nella speranza di racimolare qualche spicciolo per svoltare la giornata. Fra la curiosità generale carichiamo la Land Cruiser in dotazione ad Equip, un organizzazione umanitaria che opera in Liberia sotto l'egida delle Nazione Unite, con tutto l'equipaggiamento che ci servirà per trascorrere le prossime settimane accampati sulla costa non lontano dal confine con la Sierra Leone. Un'automobile 'istituzionale' è il mezzo più sicuro per attraversare le zone rurali in cui imperversano ancora bande di ribelli, ed i grossi fuoristrada in dotazione al personale delle Nazione Unite sono gli unici veicoli in grado di affrontare le disastrate strade del paese soprattutto durante la stagione delle piogge. Un checkpoint dei caschi blu segna l'ultimo avamposto di Monrovia, superato il quale la strada si snoda attraverso una giungla fittissima incontrando di tanto in tanto qualche povero villaggio. Anche nelle zone rurali della Liberia i segni del conflitto sono ancora evidenti, e capita spesso di imbattersi in carcasse di automobili o di pullman crivellate di colpi ed abbandonate ai lati della carreggiata, destinate ad arrugginire ed essere inghiottite per sempre dalla foresta. Nonostante la distanza che dobbiamo percorrere per giungere alla nostra destinazione non sia proibitiva, impieghiamo quasi tre ore per allontanarci di neanche cento chilometri dalla capitale, fino a che non arriviamo in corrispondenza di un altro posto di controllo e ad una biforcazione nella strada: stando al navigatore GPS da qui alla costa ci sono non meno di cinquanta chilometri di sterrato e fango, e dobbiamo sperare che i ponti di legno ricostruiti dai genieri delle Nazioni Unite abbiano retto alle piene dei torrenti se vogliamo raggiungere Robertsport prima di sera. Per nostra fortuna i ponticelli, seppure provvisori ed in apparenza instabili, hanno retto alle piene degli ultimi giorni, e la Land Cruiser sembra districarsi senza troppe difficoltà anche nei tratti più impervi del percorso. Oltrepassato l'ultimo ponte, il numero sedici, e scavalcata l'ultima collina un refolo di brezza salmastra si sostituisce all'odore stagnante della giungla facendoci intuire di essere ormai giunti in prossimità dell'oceano. Di fronte a noi, stretto fra la foresta e le sponde di un lago costiero, sorge un piccolo villaggio di pescatori in cui un'altra giornata di lavoro sta per volgere al termine: gli uomini ed i ragazzi tirano in secco delle lunghe canoe e si avviano verso le case con il pescato della giornata, mentre le donne impastano con dei grossi bastoni un amalgama di farina di tubero all'interno di mortai in legno. In tempo di pace questa cittadina era conosciuta soprattutto come località di villeggiatura della borghesia di Monrovia, adagiata a cavallo di una collina e con belle ville in stile coloniale affacciate sulle placide acque del lago. Poi, durante la guerra civile, i miliziani ed i capi dei ribelli si sono insediati nelle ville spadroneggiando in paese, terrorizzando la popolazione e costringendo molti degli abitanti a fuggire altrove, e lasciandosi alle spalle una scia di distruzione durante la ritirata seguita alla deposizione del generale Charles Taylor alla fine del 2003. Quello che rimane oggi è solo uno spettro dello splendido paesaggio da acquerello che si poteva ammirare un tempo, ma costeggiando le sponde del lago al tramonto ancora si riescono ad intravedere scorci di uno splendore ormai svanito. Per oltre un secolo dopo la fondazione della repubblica nel 1847, la Liberia ha infatti rappresentato un modello di democrazia, stabilità e prosperità economica per tutti i paesi dell'Africa occidentale prima di essere travolta da un'ondata di corruzione e colpi di stato iniziata alla fine degli anni ottanta. Da allora e fino alla fine del 2003, tre sanguinari signori della guerra hanno messo a ferro e fuoco la Liberia per tentare di assicurarsi il controllo delle materie prime e delle pietre preziose di cui il paese è ricchissimo, macchiandosi di crimini infamanti come lo sterminio di massa, il genocidio, la tortura dei dissidenti e lo stupro. Il nostro arrivo in paese non passa inosservato, e quando ci fermiamo per scaricare l'attrezzatura veniamo attorniati da decine di bambini festanti e da alcuni adulti incuriositi. Con il loro aiuto trasciniamo il nostro equipaggiamento lungo la spiaggia fino ad una radura che si apre ai piedi di un albero secolare, e tutto intorno al suo enorme tronco iniziamo ad allestire il nostro piccolo accampamento. Approfittando di una pausa concessa dalla pioggia ci affrettiamo a montare le tende, la cucina da campo e la zona comune prima che faccia buio, interrompendo il lavoro solo per osservare le serie di onde che si srotolano con meccanica perfezione sul point proprio di fronte al campo base. Accendiamo un fuoco sulla spiaggia di fronte alle tende, e vedendo i fari della Land Cruiser allontanarsi nella notte ci rendiamo conto di quanto soli ci si possa sentire in questo angolo di mondo stretto fra la giungla ed il mare. Fino a che non torneranno a prenderci, questa spiaggia sarà la nostra casa e tutto il nostro mondo e, nel bene e nel male, sarà tutta per noi. Le ombre delle fiamme danzano sui volti di Sam, Randy, John e Fred, e mentre un grosso pesce finisce di abbrustolire sulla brace, gli abitanti della foresta sembrano interrogarsi rumorosamente su chi siano i nuovi arrivati. Terminata la cena, aspettiamo che anche l'ultimo tizzone del fuoco finisca di scoppiettare prima di chiudere la zip della tenda dietro le nostre spalle, infilarci sotto le reti antizanzara e sperare che faccia giorno al più presto. Come se fosse una sveglia al contrario, nella giungla sai che sta per fare giorno quando gli animali smettono di schiamazzare ed il silenzio torna ad aleggiare sulla spiaggia e fra le tende dell'accampamento. Il fruscio delle zip che si aprono e le prime chiacchiere sotto voce segnano l'inizio di un nuovo giorno, e con un occhio fisso alla lineup di fronte al camp prepariamo il primo caffé della mattina. Le serie che rompono nel point di fronte alle tende hanno un effetto quasi ipnotico, e ben presto ci si abituiamo a mangiare, bere, leggere e perfino riposare senza distogliere mai lo sguardo dalle onde. Sospinte dalle tempeste che si formano nell'Atlantico Meridionale, le mareggiate viaggiano per migliaia di chilometri prima di raggiungere il golfo di Guinea e girare attorno a questa piccola penisola dove, pettinate dal vento da terra, accarezzano cinque point sinistri prima di spegnersi sulla spiaggia di fronte al villaggio. Lo spot di fronte all'accampamento è il quarto dei cinque pointbreak ed ovviamente il primo che decidiamo di surfare. Quando mi hanno chiesto di descrivere questa onda ho semplicemente risposto 'è come il Superbank in Australia, però sinistra!' e ancora adesso non penso che ci sia un'altra definizione che renda meglio l'idea. La costa di questa penisola è costituita da una serie di baie delimitate da speroni di granito ed occasionalmente da veri e propri promontori rocciosi, attorno ai quali come per incanto si crea un microclima incredibilmente favorevole alla pratica del surf. Favorite dal lungo periodo accumulato durante il viaggio in oceano aperto, le mareggiate abbracciano questa parte di costa girando attorno ad ogni punta e srotolandosi regolari sul fondale sabbioso di ogni insenatura, attivando in questo modo fino a cinque spot contemporaneamente. Il brasiliano Fred D'orey, unico goofy footer del gruppo, crede di sognare quando, appena affacciatosi dalla tenda, vede un'onda rompere per quasi duecento metri e produrre tre fragorosi sfiati dopo altrettante sezioni di tubo. Basta la visione di un paio di serie a farci dimenticare le fatiche del viaggio e della notte insonne, ed in pochi minuti l'odore familiare della paraffina e della crema solare inizia a permeare il camp. Ci incamminiamo lungo la spiaggia fino alla rocce di fronte alle quali si alza il picco, ed approfittando di una pausa fra le serie entriamo in acqua raggiungendo la lineup in poche bracciate. Come in tutti i pointbreak che rompono su banchi di sabbia poco profondi capita anche qui che la corrente sul picco sia piuttosto forte, ma a parte questo le onde durante questa prima session sono davvero straordinarie. Con la bassa marea il take off diventa quasi proibitivo e richiede dei riflessi pronti per piantare il bordo e rimanere alti sulla parete se si vuole passare la prima sezione di fronte alle rocce. La combinazione fra il leggero backwash generato dai massi di granito scuro ed il basso fondale di sabbia fa si che il labbro dell'onda risucchi quasi tutta l'acqua alla base prima di proiettarsi in avanti ed atterrare con violenza su pochi centimetri di acqua. Per tutta la sua lunghezza, l'onda continua a srotolare in questo modo, proiettando la tavola attraverso tre differenti sezioni tubanti e non lasciando alternativa se non quella di infilarsi nel tubo e continuare a pompare. Camp diventa il nostro homebreak e per due giorni surfiamo esclusivamente di fronte alle tende, uscendo dall'acqua solo per bere o afferrare uno snack da mangiare mentre risaliamo lungo la spiaggia verso il picco. I ritmi delle tre session di ogni giorno scandiscono le nostre giornate e la vita del camp: sotto un grosso telo teso fra i rami degli alberi abbiamo ricavato la zona comune dove poter mangiare, leggere, ripararsi dal sole e dalla pioggia e soprattutto tenere sempre d'occhio le onde a Camp e nel vicino point di Flag's. In un paio di giorni impariamo a leggere le condizioni delle onde nei vari spot, a seguire l'andamento della marea e entrare in simbiosi completa con l'ambiente circostante. Tutto quello di cui abbiamo bisogno sembra sempre essere a portata di mano, sotto forma di onde in quantità, un accampamento ben organizzato, un fiume da cui attingere l'acqua e in cui fare la doccia, ed addirittura un generatore di corrente per la sera. Senza rendercene conto diventiamo ogni giorno più primitivi, smettiamo di radere la barba, pettinare i capelli o tagliare le unghie, camminiamo scalzi, mangiamo quando abbiamo fame, dormiamo quando abbiamo sonno ed impieghiamo il resto del tempo in mare. Ogni giorno che passa l'accampamento ci sembra sempre più una reggia che una sistemazione temporanea, e questa lingua di sabbia diventa la nostra oasi lontano da tutto e da tutti. Randy è volato fin qui dalle Hawaii, Sam dall'Inghilterra, Fred dal Brasile, John da Singapore ed io da Roma, tutti luoghi che adesso sembrano essere distanti anni luce da questa spiaggia e dal nostro accampamento. Alla mattina del terzo giorno riceviamo una visita inattesa: un ragazzo giovane, vestito con una giacca di cammello, camicia azzurra, shorts Patagonia, sandali di gomma verde, una Black Beauty shapata da Al Merrick sotto braccio ed una copia di The Surfer's Journal nell'altra mano. 'Io sono Alfred!' dichiara presentandosi in tono solenne. Questo curioso personaggio che sembra uscito dalle pagine dei fumetti è Alfred, il primo ragazzo liberiano che ha imparato a surfare ed uno dei pochissimi fortunati a possedere una tavola, la Black Beauty per l'appunto. A regalargliela è stato Nicholai, un amico comune ad entrambi che ha trascorso diversi mesi in Liberia lavorando per una organizzazione non governativa e di cui avete letto sulle pagine di SurfNews e Surfer's Journal negli anni passati. Da quando possiede la tavola Alfred surfa tutti i giorni le onde di Robertsport, ma trovandosi a Monrovia per affrontare l'esame di licenza elementare ha impiegato due giorni a tornare fin qui dopo essere stato informato della nostra presenza dai familiari. Nonostante abbia compiuto da poco i vent'anni, Alfred ha dovuto interrompere gli studi durante gli anni di guerra in cui le scuole sono rimaste chiuse, e come tutti i suoi coetanei è stato costretto a riprendere da dove aveva lasciato. Invitiamo Alfred ad unirsi a noi per la colazione, ed approfittando della sua presenza decidiamo di espandere i nostri orizzonti ed andare a provare per la prima volta le onde dei point più distanti. Ci incamminiamo con le tavole sotto braccio lungo la spiaggia, esaminando le sezioni tubanti di Camp e la bellissime onde che rompono sul picco di Flag's, ma procediamo oltre fino ad un promontorio interamente ricoperto di vegetazione alla base del quale si srotolano le regolarissime e divertenti onde di Bushman's. Insieme ad Alfred surfiamo per la prima volta le facili onde di questo point dal sapore centroamericano, partendo quasi attaccati alle rocce sulla punta ed arrivando ogni volta fino alla potente risacca sul bagnasciuga. Dopo giorni di onde impegnative Sam e Randy possono finalmente godersi una tranquilla session in longboard deliziandoci con un ampio repertorio di manovre classiche che spazia dall'hang ten al celebre 'el Saluto', fino quando la marea si abbassa troppo e Sam è costretto a recuperare una metà del suo longboard sulla spiaggia. I bambini del villaggio, che ormai seguono ogni passo che muoviamo al di fuori del campo base, approfittano delle nostre pause per prendere in prestito le tavole e surfare l'inside di Camp. Per molti di loro è la prima esperienza su una tavola, eppure non sembrano avere problemi a raggiungere la lineup e a rimanere in piedi dopo aver preso le onde. Ora che la guerra è finita e questi ragazzi non devono più preoccuparsi di fuggire, anche il semplice gesto di camminare lungo la spiaggia con una tavola sotto braccio assume un significato tutto particolare. Quello che possiamo augurare loro è che le uniche bombe a detonare siano le onde sul point e gli unici gun ad essere impugnati siano dei pin tail per quando Flag's rompe ad otto piedi.


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