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VERSO NORD

a cura di Antonio Muglia Condividi SurfNews

In Perù lungo la Panamericana

La visuale dai finestrini del nostro pick-up del ‘82 non è delle migliori. Avvolto in un alone di oscurità, tra cibo ed attrezzature incastrate, sento di essere dentro ad una gabbia di lamiera, in totale balia della Panamericana. Al di là di questa sottile protezione, un interminabile lingua di asfalto separa artificialmente due oceani di sabbia piegati dai venti e dal sole cocente di mezzogiorno. Alle nostre spalle Lima, con il suo carico di sudore e vita, si allontana dai nostri pensieri lasciando spazio in ciascuno di noi al silenzio ed alla riflessione. Contemplando il nulla, correndo con la fantasia verso quel nord tanto agoniato ed alle sue onde, cado addormentato.

Qualche chilometro più a nord a svegliarmi sono i sussulti della macchina, quelli tipici di un carburatore assetato. Elmer, il nostro autista-body guard, balza sul cassone e con un colpo secco stacca la tanica da cinque galloni di benzina. Qualche metro verso l’interno Vincenzo Ganadu orina i litri d’acqua bevuti. Dopo qualche colpo di tosse del motore, il nostro pick up prosegue a divorare i restanti cinquanta chilometri che ci separano dalla prima tappa, Huanchaco, un piccolo paesino situato a qualche chilometro da Trujillo, famoso tra i surfisti per le sue lunghe onde sinistre. Una fastidiosa nebbia offusca la visione delle mie prime onde settentrionali e la luce “bruciata” costringe tutti noi a strizzare gli occhi per scrutare l’orizzonte. Poco più di due piedi d’onda rompono con regolarità formando lunghe sinistre divise in diversi point. Dalla terrazza del ristorante, con davanti un’Inka Kola gelata, sbadiglio per la fame e scambio le prime opinioni con Vincenzo. Huanchaco è un piccolo villaggio di pescatori, rilassato e silenzioso. Mentre gusto il mio primo “cebiche” del nord il sole davanti a noi si nasconde nell’Oceano Pacifico rimandando all’indomani la prima surfata.


PUERTO MALABRIGO

“Socio! Socio! La carretera para Puerto Malabrigo?” La voce squillante di Elmer sovrasta per un attimo il coro di marmitte di mototaxi che come mosche ci ronzano intorno sulla più classica delle strade sud-americane. Polvere dappertutto, ed un mercato che costeggia la strada, agitano la mattinata di questa cittadina senza nome. Una voce dal nostro Nextel (sistema telefonico via radio) ci intima di prestare attenzione ai ladri e ci rassicura dell’aver preso la giusta direzione. Nino Lauro, continua poi ad aggiornarci sulle previsioni meteo, avvertendoci della probabilità di trovare lo spot piatto. Ripercorro con gli occhi il prezioso foglio contenente tutte le tappe ed informazioni del nostro viaggio, sapientemente scritto da Nino. Il nostro cicerone del surf è un italiano che vive in Perù da ormai trent’anni. Head judge ISA, contest director e membro della Federazione Peruviana di Surf, ha imparato a cavalcare le onde negli spot davanti alla sua casa di San Bartolo, poco a sud di Lima, e là accoglie insieme alla moglie Josefa, surfisti di tutto il mondo. “Ragazzi” strilla “se è piatto proseguite per Pacasmayo, là forse troverete onde più grandi. Buona fortuna!”. Ancora il nulla ed un paesaggio talmente vasto ed assordante da rendere i miei pensieri ovattati e chiusi. Rocce, sabbia, ancora rocce e non un essere umano in giro. Il sentiero ci ha portato dritti su un costone alto e largo da cui possiamo vedere una porzione d’oceano immensa. Dall’alto, le onde non si vedono. Il vento fortissimo ci fa ondeggiare in bilico sul terreno sdrucciolevole ed ogni attimo d’attesa si dilata sino a diventare una piccola eternità. Ritorniamo indietro e sempre dall’alto vediamo due o tre punti neri nuotare. Lunghe righe verdastre accarezzano un fondale perfetto. La “ola mas larga del mundo” come recitava un cartello pubblicitario, l’onda tanto sognata, l’onda chilometrica che speravo di trovare è ora sotto i nostri piedi. La discesa, però, non è felice. Ad ogni metro percorso il triste presagio vagamente annunciato si plasma sino a diventare realtà. La cresta dell’onda fatica ad arrivare alle ginocchia, ma questa misura rivela in ogni caso la grande e indiscussa potenzialità di Chicama. Dopo la delusione di Puerto Malabrigo, (è questo il toponimo ufficiale di Chicama), e il prospetto di una grossa mareggiata da sud in arrivo, decidiamo controcorrente di partire ancora verso nord e coprire in una tirata i quattrocento chilometri che ci separano da Chiclayo.


BOLSITA E PISCINA

L’afa insidiosa inizia a raggiungerci appena lasciata la città. Più la distanza per Piura si accorcia, più numerose diventano le capanne di canne e gli asinelli carichi di cibo a lato della strada. La sosta nella casa della cugina di Elmer serve ad evitare le ore centrali della giornata. Quando rientriamo in macchina il SurfNews che portiamo come ambasciatore dall’Italia, non si può toccare tanto è caldo ed il catalogo delle opere di Vincenzo Ganadu si è addirittura scollato nella brossura. Carichi d’acqua fresca e viveri proseguiamo il viaggio. Secondo il “foglio” la prossima tappa sarà Los Organos, ed il nostro contatto tal “Coco Landeo”, detto “Bolsita”, un bravo surfista amico di Nino. Una mano si poggia sulla mia spalla. Mi volto ed ho accanto un omone di cento chili che mi guarda con aria interrogativa mentre si aggiusta la pistola infilata nella cintura. Scuote la testa. “Antonio, no hay olas aqui!”. Elmer scoppia in una risata vedendoci sconsolati. Una risacca di trenta centimetri sbuffa con regolarità sulla sabbia bianca. Decine di granchi s’imbucano sotto terra ed il cielo terso ed azzurro, senza una nube, ci regala almeno un poco di fresco visto che il sole è sceso quasi completamente sull’orizzonte. Quando bussiamo alla porta di casa di Bolsita ci risponde un suo dipendente, Mario, che indossa una maglia del Milan. Coco è fuori casa ci dice. Ma anche il suo cellulare è spento, così nell’indecisione passiamo la notte in un altro ostello. Poco dopo l’alba bussiamo alla porta di Coco. E’ in casa. Gli spieghiamo la nostra situazione e lui da buon surfista, capisce e ci tranquillizza. “Andremo a Lobitos” annuncia, “ma ho bisogno del permesso dei militari, dunque mi dovete dare una copia dei vostri passaporti e dieci Sol a testa, così da poter fare i documenti. Se siamo fortunati stasera troviamo un metro, ma potremo surfare solo dalle tre e mezzo sino alle sei e mezzo, l’orario imposto dai militari.” Senza indugi ci procuriamo tutto il necessario e mentre Bolsita si reca nell’ufficio di competenza trasferiamo i nostri bagagli nelle sue stanze. Gli spot di Lobitos non li avremmo mai trovati da soli. Un cartello arrugginito ne indica la strada, una carraia sterrata lunga più di dieci chilometri tortuosa e labirintica. Una serie di biforcazioni, con nessun tipo di riferimento, si susseguono tra un pozzo di petrolio ed un altro. Lobitos ci offre un panorama unico. Ci abitano solo una manciata di persone e le vecchie case in legno cadono a pezzi distrutte dal tempo e dalle termiti. Una volta passato il primo controllo militare, ci rechiamo al quartier generale per depositare i nostri passaporti. “La base dell’esercito”, ci spiega Coco, “ormai non ha più alcuna funzione”, e aggiunge “prima si poteva surfare qua tutto il tempo che volevi, ma un giorno hanno beccato due surfisti che fumavano marijuana e così i militari hanno regolamentato l’accesso”. Mentre cammino per il sentiero che ci porta allo spot decine di militari sono di ronda appostati tra le colline intorno a noi. Giunti in spiaggia, non crediamo ai nostri occhi. A prima vista lo spot sembra piatto ma ogni serie che pela le rocce produce una sinistra di quasi due metri che si spegne in spiaggia con un forte close out. “Questa è Piscina” esclama Coco. “Non credevate che potevano esserci onde, vero?”. In realtà no. Ma come ci spiega poi, ci troviamo proprio nell’ultimo punto utile per accogliere le swell da sud. In acqua altri cinque surfisti chiacchierano con Coco. Il localismo da queste parti pare non esistere. A giochi fatti, ci ritroviamo a caricare la macchina e ridere come bambini. Ma “Domani?” esclama Vincenzo. Già, domani. “A Piscina si può surfare solo da lunedì a venerdì, e domani è sabato” risponde Coco. Ma un attimo dopo si ricorda quello che gli abbiamo raccontato durante il viaggio. Il nostro soggiorno in Perù è stato possibile grazie ad un progetto culturale finanziato dalla Regione Sardegna in collaborazione con il Circolo dei Sardi ed il Comune del Callao, la città a fianco a Lima. La mia mostra fotografica, i concerti di Giovanni Cossu ed i murales dalle dimensioni enormi commissionati a Vincenzo Ganadu ed Antonello Nuvoli sono la vera ragione della nostra visita. Il successo dell’iniziativa è stato grande ed ora è venuto il momento di sfruttarlo. A Trujillo infatti siamo stati accolti dal generale in persona che ci ha anche aiutato a recuperare l’autoradio rubataci proprio nella base militare. Decidiamo quindi di usare le nostre conoscenze e chiedere al colonnello della base di Lobitos un eccezione per il giorno seguente. Giovane, sbarbato e coperto con un paio di pantaloni mimetici e una t-shirt lurida, il colonnello Rodriguez scuote la testa. Tre giovani reclute accanto a noi sventolano per aria le mani a caccia di mosche. Elmer, nel frattempo, insiste e mostra tutte le sue doti diplomatiche. “No se puede” annuncia il colonnello. “Ma signore” insiste ancora Elmer “questi due ragazzi sono venuti apposta dall’Italia per fare questo servizio, siamo stati ospiti del generale Ramirez a Trujillo e sono sicuro che lui sarebbe d’accordo”. Il colonnello fissa un attimo lo sguardo ai suoi piedi. Poi posa gli occhi su tutti noi. Poi ancora su Elmer e Coco. “E voi pensate che sia giusto scomodare il generale in persona per una giornata di surf?” “Appunto. Io penso di no” risponde secco Elmer. Un ‘ora più tardi Mario e la sua signora ci preparano la cena a base di pesce fresco. Vedo Elmer ridere con la bocca piena ricordando la faccia del Colonnello. “Va bene, ma solo per la mattina. E fate entrare tutti. Non vorrei creare dei contrasti.” A Coco brillano gli occhi: “questo vuol dire che surferemo soli. Nessuno saprà di domattina e dunque tutti andranno da altre parti.” Mentre metto in bocca carne bianca e tenera, sorseggio l’acqua fresca e con la coda dell’occhio guardo Vincenzo. Sfoglia una cinquantina di fotografie di Coco. Mi accorgo he solo due o tre di quelle sono immagini di manovre. Tutte la altre foto ritraggono solo tubi profondi e dal labbro spesso. Coco fa spallucce quando sente i nostri commenti. A trentaquattro anni, senza figli, senza una donna, ma con le onde tutti i giorni, per lui è tutto normale. E’ normale persino che non sappia chi sia Kelly Slater, neanche per sentito dire. “Surfo da quando ho sei anni” ci racconta “vivevo a Lima, ma appena sono cresciuto mi sono trasferito a Pico Alto. Troppo rumore e smog in città! La mia casa era davanti allo spot. Poi mi stava stretto anche Pico Alto, così ho fatto le valige, ho comprato questo pezzo di terra e ho costruito la casa. Ora vivo così. Pesco, surfo quando si può. Il gallo mi sveglia tutte le mattine alle cinque, respiro aria pulita e surfo belle onde.” La semplicità disarmante di quest’uomo, e l’ambiente in cui mi trovo, mi fanno riflettere per un attimo sulla nostra società materialista e ossessionata dal consumo. Poi la mia attenzione va ad alcune foto in cui le onde sono più grandi. Sei metri ad occhio e croce. “Queste, dove sono?” domando ingenuamente. “Ah, quelle?” sorride Coco “Pico Alto. Là fa solo onde così.”


NO HAY LADRONES AQUI

Chiudo un occhio e prendo la mira. L’otturatore parte e ritorna al suo posto. Dietro l’obiettivo mille metri d’onda svolgono perfetti nel controluce pomeridiano. Finalmente, dopo tante peripezie, Chicama brucia ogni attimo centinaia di metri di spazio vuoto. Entro in acqua, emozionato e felice. Al mio arrivo sul picco tutto è come mi era stato descritto. Forte corrente che ti tira a riva, prendere la prima onda che capita. Nonostante non sia una delle migliori giornate, riusciamo a surfare tutte e tre le sezioni, purtroppo non congiunte. Finita una se ne rema un’altra, e poi un’altra ancora più piccola e poi si è a riva. Mille metri d’onda per mille metri di terra. Chicama, più che uno spot sembra essere un luna park poco affollato, sempre spazzato dal vento side-off shore. Solo quando la fame cresce sino a diventare insopportabile terminiamo la session e ci prepariamo ad andare a cena. Svuotiamo le tasche e racimoliamo in spiccioli quello che dobbiamo per quattro fettine, due porzioni di patate e un piatto di lomo saltado. Fuori un gruppo di ragazzi sui vent’anni, alcuni con visi già visti sulla line-up, scalciano sull’unico skaeteboard a disposizione. Appena mi affaccio alla soglia della porta, uno di loro, poggiato con la schiena al muro, si volta di scatto sorpreso per la mia curiosità. Noi tre ci incamminiamo per la via principale in direzione dell’ostello. Sono dieci minuti a piedi. Costeggiamo l’oceano. Improvvisamente il gruppo di ragazzi visto poco prima si immette sulla nostra strada da una via perpendicolare e inizia a camminarci a fianco aumentando il passo. Si fermano davanti ad una casa bassa di mattoni e fango. Due ragazzi si arrampicano sul tetto mentre io e Vincenzo ci stringiamo camminando fianco a fianco. Appena volto la testa mi accorgo di avere due persone al mio lato, altre due al lato di Vincenzo, ed altri dieci ragazzi sparsi qua e là. Accade tutto in tre secondi. Non ho neanche il tempo per pensare di essere stato circondato. Klaklak, rumore di ferro su ferro, di colpo che entra in canna. Elmer tiene la sua nove millimetri stretta in mano e non dice niente ma quel rumore i ragazzi lo conoscono bene. E’ di lato, lontano rispetto a noi, e guarda la banda di giovani. I ragazzi ormai rimasti alle nostre spalle, indietreggiano, forse increduli per aver fallito un colpo che sembrava così facile. Io imparo che la paura, in questi casi, non esiste. Tutto va di fretta in Perù, anche lei, e non hai neppure il tempo di afferrarla. La mattina seguente la tentata rapina mi trovo posizionato per scattare foto con il mio tele. Elmer, con la nove millimetri sempre nella fondina, mi è accanto. Vincenzo, solo da venti minuti, si gode il metro che Chicama regala. Un surfista mi cammina affianco e mi gesticola qualcosa. Il forte vento trascina via la sua voce e non mi fa capire nulla. Interpreto i gesti come “fammi le foto” e bonariamente sorrido annuendo. Poi si ferma da Elmer e parla anche con lui. Dopo mezz’ora Vincenzo è in acqua con cinque locals che gli chiedono spiegazioni sulla notte precedente. Digrignano i denti e irritati gli urlano che “no hay ladrones, todo es tranquilo!”. Io mi vedo additare dalla line up più volte. Le loro braccia si agitano e additano pure Elmer. Vincenzo esce dell’acqua preoccupato. “Mi hanno chiesto se stanotte staremo qua” mi dice Vincenzo. “Davvero?” rispondo interrogativo. “Ad Elmer il primo ragazzo che è entrato gli ha chiesto perché non li aveva fatti lavorare ieri notte, e perché ci difendeva”. Aggiungo io. “Pensa che mi hanno raccontato che a Huanchaco tempo fa sono stati assaltati un gruppo di fotografi di Surfers, e dicono che qua non succede nulla!” “Andiamo all’ostello e facciamo le valige.”

EPILOGO

Dall’alto tutto si vede meglio, con più chiarezza. Riesci perfino a leggere meglio i tuoi pensieri. Sospeso anche io su assi di legno sporche di colore, guardo i miei amici che buttano bianco sul muro. Da così vicino i disegni sembrano solo macchie. Provo a ridefinire i concetti ed i valori che mi ha comunicato questo viaggio. Guardo questi ragazzi che lavorano dodici ore al giorno per pochi spiccioli e mi passano davanti le immagini del Barrio Rojo, la baraccopoli del Callao. Ricordo la faccia del poliziotto che al casello di Lima, al ritorno dal viaggio, ci ha fatto problemi perché ci mancava il triangolo di segnalazione della sporgenza delle tavole. Chiese cinque sol, ed erano per un caffè. In quel momento non sapevo se ridere o piangere. Piccoli puntini si muovono su assi di legno sospese a dieci metri d’altezza. Ancora più su Vincenzo sta dando gli ultimi ritocchi alla sua opera più grande. Un murales dipinto su una parete alta quindici metri e larga venticinque che ritrae le ondate migratorie giunte in Perù dal vecchio continente. “Pasame el blanco” si sente urlare. Miguel, un operaio di ventidue anni che mantiene col suo lavoro se stesso ed una bambina di quattro mesi, con una mano tiene il barattolo di bianco e con l’altra si appende all’impalcatura. Raggiunge Vincenzo che con precisione da gli ultimi ritocchi, gli ultimi segni della nostra presenza qui.


Questo viaggio è stato possibile grazie al Presidente del Circolo dei Sardi del Perù Pier Paolo Tremendo, il coordinatore Gian Carlo Farris e Alexander Kouri sindaco del Callao. Un ringraziamento particolare a Gioconda Tripi, il motore della nostra permanenza in Perù.
Si ringrazia inoltre Nino Lauro per i preziosi consigli e l’appoggio. Per chi volesse andare a trovarlo nel suo surfcamp l’indirizzo mail è: sbsurf@americatelvip.com.pe

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