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GESTIRE IL CAOS

a cura di Sam Bleakley Condividi SurfNews

Anche nel mezzo della più caotica attività esiste un punto in cui tempo e spazio implodono. L’occhio del ciclone, il vuoto del tubo, l’illuminazione dei saggi: sono attimi fuori dal tempo, realtà controcorrente in cui l’impossibile ed il paradossale divengono reali. Per i longboarder questo momento di perfezione coincide col nose-riding e l’hang-ten ne è la prova tangibile. Molti definiscono l’hang-ten “uno sport nello sport” ma i più titolati nose-riders non si accontenterebbero di questa definizione. Camminare verso la punta della tavola e mettere fuori dieci dita è una forma d’arte mascherata da sport, una meditazione espressiva molto simile all’illuminazione Zen.

“Hei Colonnello, uno dei marinai è Lance Johnson, il famoso surfista.” “Sei sicuro?” risponde Kilgore in Apocalypse Now, dimenticandosi completamente del suo soldato ai suoi piedi con le budella di fuori e del napalm che incenerisce i villaggi vietnamiti. “E’ un onore conoscerti Lance.” Risponde il colonnello, “Ho ammirato il tuo nose-riding per anni!”. Che presentazione per il nose-riding. Non è un caso se il regista è cresciuto proprio nella Malibù degli anni ’60, il tempio stesso del nose-ride ed è un peccato che nel celebre film non compaia una sequenza di Lance in punta sulla lunga destra di Charlie’s Point, assorto ed immobile mentre le bombe esplodono sulla spiaggia e la cavalcata delle valchirie impazza dagli altoparlandi degli elicotteri. Per quanto cruenta ci possa sembrare questa scena mai filmata, l’arte di controllare la tavola dal suo punto più avanzato (il nose appunto), intriga i surfisti da ben prima del capolavoro di Coppola. Eppure il nose-ride non ha lo stesso appeal mediatico degli air o delle foto di onde grandi. In effetti il pubblico preferisce vedere gesti disarmonici, come una caduta spettacolare su un’onda enorme, piuttosto che questa manovra, apparentemente così statica. La verità è che il nose-riding è un segreto apprezzato solo da chi ne ha provato almeno una volta l’ebrezza. Le descrizioni di questo momento si sprecano nella letteratura surf.


“Ti senti completamente privo di peso”, commenta il longboarder professionista Jimy Newitt, “un attimo a se stante dove tutto tace, come quando salti nel vuoto e non senti nessun suono fino all’impatto”. “Plani come un uccello trascinato dagli elementi”, aggiunge Belinda Baggs, una delle migliori al mondo in questa specialità, “e voli veloce, perfettamente a tempo con l’onda mentre guardi la schiuma formarsi e sfumare in una linea perfettamente dritta”. Secondo Elliot Dudley (campione gallese e atleta di calibro internazionale) “la sensazione di non avere nulla tra se e l’onda definisce l’esperienza stessa del long, poichè è possibile solo con un longboard”. Dal punto di vista funzionale, il nose-riding nelle sue varianti è un modo per controllare la velocità della tavola, farla accelerare nelle sezioni veloci e rallentarla in quelle lente. Un piede ben saldo a qualche centimetro dalla punta crea accelerazione mentre il classico hang-ten (entrambi i piedi paralleli sul nose con le dita fuori) rallenta la tavola mantenendola nel cavo dell’onda. Si tratta di mantenere più a lungo possibile la stessa velocità dell’onda che rompe, stallando ed accelerando per assorbirne tutta l’energia.

DUE PASSI INDIETRO

Il primo “passo” verso il nose avvenne negli anni ’40 con l’invenzione delle tavole in sequoia. I celebri Hot Curl, nonostante non montassero pinne di alcun tipo, costituirono un notevole passo in avanti rispetto ai tavoloni lenti e pesanti utilizzati fino ad allora alle Hawaii ed aprirono le porte alle prime surfate su onde grosse ed alle prime manovre nel cavo dell’onda. Per la prima volta il surfista, libero dall’eccessivo peso delle tavole antiche, poteva giocare con la distribuzione del proprio peso sulla tavola, per la prima volta poteva improvvisare! Surfisti come Rabbit Kekai, continuamente alla ricerca di velocità, iniziarono a spostare il peso verso prua per accelerare nelle sezioni veloci. Sulle onde di Queens Beach il giovane Rabbit disegnava linee già modernissime. Partiva verso destra poi di colpo stallava la tavola, piegava verso sinistra e camminava verso il nose inarcando la schiena e divorando metri di sezione nella posa che oggi conosciamo come “soul arch”. I primi veri nose-ride però si videro in California circa dieci anni dopo, quando le nuove tecnologie (prima la balsa poi la resina ed i pani di poliuretano) resero possibile a personaggi come Dave Velzy, Joe Quigg e Tom Zahn di perfezionare quest’arte tra Manhattan Beach e Malibù. In pochi anni (fine anni ’50), grazie anche al boom holliwoodiano del surf, Hang-Ten divenne una parola alla moda, soprattutto nelle superficiali produzioni cinematografiche dell’epoca e tra le facili onde di Malibù. Malibù e Mickey Dora, un territorio ed il suo re. Carismatico, ribelle, originale, Dora aveva un equilibrio incredibile che gli consentiva di manovrare, stallare ed usare il nose con l’agilità di un gatto. Fu però Lance Carson a divenire l’incontrastata icona del hang-ten. “Aveva un incredibile senso dell’onda e faceva sembrare tutto così facile. Molti ancora oggi non si rendono conto invece di quanto critica quella posizione possa essere” dice Dan Peterson. Con Carson, nei primi anni ’60, il nose riding diventò il fulcro stesso del surfing ed anche la progettazione delle tavole era tesa a migliorare questa performance. Vennero messi sul mercato prodotti veramente strani, tavole come “The Cheater” e “The Ego Builder”, pinne cave per aumentare la suzione e svariate altre diavolerie. Quando nel ’65 Tom Morey organizzò la prima gara di nose-riding a cronometro a Ventura in California, la gente si presentò con attrezzature assurde. Alcuni inchiodarono al tail assi di legno colme di mattoni per stabilizzare la tavola, altri tagliarono il nose rendendolo perfettamente quadrato, altri ancora montarono pinne gigantesche munite di alucce stabilizzatrici. Fu Mickey Munoz, grazie al suo peso contenuto, ad aggiudicarsi i 1.500 $ di montepremi dell’evento ma quando Surfer Magazine chiese a Phil Edwards di elencare i migliori dieci nose-rider al mondo, in cima alla sua classifica, il padre del longboarding anni ‘60, pose David Nuuhiva. Nato alle Hawaii ma trapiantato in California, Dave portò allo zenit il nose-ride con uno stile che resterà impareggiato fino all’arrivo di Joel Tudor nei primi anni ’90. La camminata di Nuuhiwa verso il nose era confidente quanto la sua posa ieratica. Senza esitazione, confidente anche quando la manovra pareva a tutti impossibile, riusciva a sintonizzare il suo corpo sull’onda intuendo in anticipo ogni mossa del mezzo liquido sul quale si esprimeva. Distribuire peso senza essere pesante: David era un vero maestro nel gestire il paradosso Zen del nose-riding ed il suo genio gli avrebbe valso il titolo mondiale nel ’66 a San Diego se non fosse stato per Nat Young, per il suo 9’4” x 2”5/8 (ben più corto e sottile della media) e per le sue virate radicali ricche di uno stile innovativo. Quella di Nat fu una lezione per tutto il mondo surf dell’epoca e bastò ad innescare la short-board revolution e a ricacciare nella polvere il nose-riding e le tavole lunghe fino agli anni ’80. Il nose-riding moderno ha ora, più di vent’anni ma i surfisti che cavalcano onde oggi, stanno ancora giocherellando con gli stessi principi fisici dei loro predecessori degli anni ’50 e ’60. Le variazioni sono minimali ma innumerevoli. CJ Nelson, Dane Peterson, Matt Cuddihy, Beau Young, Alex Knost, Belinda Baggs, Kassia Meador, Tyler Hatzikian, Kevin Connelly, Josh Fareberow e Jai Lee sono gli atleti che stanno portando questa manovra a nuovi livelli, spesso oltre il nose stesso della tavola. Talloni fuori, pose yoga su un solo piede, calci in stile kungfu e “carezze” fatte al lip col piede, sono passi più spettacolari e moderni della stessa vecchia danza. Alcuni surfisti degli anni ’60 infatti credono che non ci sia nulla di nuovo sotto il sole del long. Roger Mansfield (ex campione del regno unito e storico del surf) ricorda di aver visto su un vecchio “Surfer” una immagine di Gary Propper (un surfista della costa est americana) con entrambi i talloni fuori dal nose. “Ho subito voluto imparare questa manovra” commenta Gary, “così ho fatto pratica a lungo e finalmente sono riuscito a camminare fino al nose, girarmi, mettere fuori i talloni e tornare verso il centro della tavola cambiando guardia senza influenzare la planata e la direzione. Lo stesso non ho mai considerato questa manovra nient’altro che un trick da sfoggiare in gara”. Ma le manovre da gara non definiscono di sicuro lo spirito del long. Joel Tudor è quello che, nell’ultimo decennio, ha spinto al massimo questa filosofia minimalista (un altro paradosso Zen!). Non è un caso se proprio la sua California ancora riserva le sorprese più belle in fatto di stile puro. “Malibù è l’onda più indicata per surfare sul nose”, dice Belinda Baggs “se prendi l’onda giusta puoi alternare hang-ten ed hang-five fin giù alla spiaggia. Noi australiani abbiamo qualche spot simile ma da noi il fondale dei point è di sabbia non di ciotoli come a Malibù. Le secche quindi cambiano posizione molto di frequente. Un’onda può essere perfetta oggi ma rovinarsi alla prima grossa mareggiata. Malibù invece è sempre la stessa, nè troppo lenta nè troppo veloce, sempre perfetta”.

LA SCIENZA ED IL NUOVO STILE

Fermo in cima al nose il surfista è apparentemente immobile ma sta, in vero, destreggiandosi tra una miriade di forze. Il nose-riding è tecnicamente possibile poichè la pinna crea frizione ed il tail della tavola viene spinto verso il basso dall’onda che rompe e, agendo da contrappeso, permette alla tavola di sorreggere il surfista in quell’insolita posizione. Ma non è tutto. Anche l’acqua convogliata dai rail sotto la tavola facilita il sollevamento del nose. Quello che però crea il miracolo dell’hang-ten, è la suzione, quel momento magico in cui la tavola ed il surfista diventano un tutt’uno con l’onda. Ogni particolare della tavola, dalla forma dei rail, al rocker, fino al concave ha effetti precisi sul flusso di acqua ed è su queste subdole variabili che giocano gli shaper per creare la tavola ideale. I long moderni hanno un comportamento completamente diverso rispetto a quelli pre-‘64, soprattutto quando si tratta di governare la tavola dal nose. Il long moderno generalmente ha una carena piatta, rail permissivi, un nose largo e comodo, rocker pronunciato e resinatura sottile per contenere il peso e favorire le manovre sul lip. Sono tavole facili da portare in stallo e, a livello di nose-ride, danno il meglio di se su onde (o sezioni) lente, quando sorreggono agilmente il surfista planano veloci indirizzate a 45° rispetto alla riva. Durante l’hang-ten, il nose largo favorisce il galleggiamento ed offre una buona superficie planante. I rail invece, tondeggianti dal nose al centro della tavola, richiamano acqua sulla tavola stabilizzando la planata e controbilanciando il peso del surfista sul nose. Con tavole così, l’hang-ten resterà stabile sulle sezioni lente ma appena l’onda inizia ad irripidirsi, la tavola si disporrà parallela all’onda accelerando ed iniziando a planare. Il flusso di acqua sulla tavola e la suzione della parete allora si interrompono, complici anche il peso leggero della tavola, i rail taglienti nella zona del tail ed il rocker pronunciato. A questo punto della surfata è ora di tornare verso il centro della tavola o la corsa finirà con un gran botto in risacca! Si capisce subito che lo stile moderno, fatto di nose-ride “tocca e fuggi” e di frequenti camminate avanti e indietro sulla coperta è il risultato di precise scelte tecnico-costruttive. Non si può avere tutto in una sola tavola! I long moderni sono progettati per essere tavole dalla planata facile, perfetti nei beach-break e permissivi. Sono ottimi per infilarsi nei tubi ed essere manovrati dal tail come una short, ma, proprio per queste caratteristiche, non sono adatti a tenere nose-ride molto stretti in sezioni ripide. Quando l’onda di turno non è una risacca ma un perfetto point, come ad esempio Noosa Heads in Australia, i limiti di questo tipo di tavola diventano evidenti.

ANTICHE DINAMICHE

Le dinamiche del nose-riding, variano, con le tavole “classiche”. E’ principalmente una questione di rail. I taglientissimi bordi in uso nei tardi anni ’60 furono un tentativo di rendere più reattivi i pigri long dell’epoca classica. Il bordo sottile, il rocker medio che attraversa per intero la carena, è di aiuto proprio nelle sezioni in cui un long moderno avrebbe problemi. Infatti queste tavole danno il meglio di se nel punto più ripido dell’onda dove riescono a mantenere direzione e posizionamento per interminabili secondi permettendo i nose-ride più stilosi e generando vere e proprie ondate di energia Zen. La carena incurvata letteralmente incolla la tavola all’onda mentre i bordi affilati mantengono la traiettoria permettendo all’acqua di fluire anche sopra la tavola. Anche le caratteristiche del tail sono essenziali. Mentre la tavola accelera attraverso la parete, il tail viene risucchiato dentro l’onda ed il nose inizia ad alzarsi. L’onda spinge verso la riva mentre la grossa pinna mantiene la tavola in direzione. Quando ciò si verifica, la tavola accelera, si posiziona più alta sull’onda e permette qualsiasi spostamento e posizionamento, non ultimo l’agoniato hang-ten. Il nose-ride in queste condizioni, resta stabile e gestibile a lungo anche se la pinna spesso si stacca dall’acqua visto che la traiettoria è di 35°, ben più stretta rispetto ad una tavola moderna. E’ solo nelle condizioni di utilizzo che questo tipo di tavola mostra i suoi limiti. I rail morbidi, comuni nei primi anni ’60, assieme a rocker meno pronunciati ed alla accentuata larghezza del tail le rendono adatte solo a piccole onde perfette. Non dimentichiamo che la tavola classica si sposta “attraverso” l’acqua mentre la tavola moderna plana “sopra” la superficie. Mentre i long moderni planano grazie alla velocità ed alla ripidezza dell’onda, le tavole classiche con rail morbidi accelerano grazie alle tensioni interne dell’onda stessa. Se l’onda non è pulita e regolare il miracolo si infrange e le possibilità di raggiungere il nose si riducono a zero.

IL PERFETTO NOSE-RIDER

La tavola perfetta per il nose-ride varia ovviamente da surfista a surfista e da onda ad onda. Se il vostro obiettivo è quello di godervi brevi hang-ten su un’onda piccola, di accelerare nelle sezioni veloci e rallentare in quelle lente ci sono alcune misure quasi obbligatorie. Pinna da almeno 9”, bordi arrotondati, tail largo, rocker poco pronunciato, nose e tail poco più alti per rallentare la tavola nel cavo dell’onda. Fin dagli anni ’50 pionieri del design come Joey Cabell e Phil Edwards hanno applicato alla costruzione delle tavole lunghe i principi dell’idrodinamica con risultati esaltanti. Una delle caratteristiche più richieste nelle tavole da nose-ride fu però scoperta grazie ad un paradossale, errore. Alla fine degli anni ’50 Donald Takayama, costruiva splendidi long di balsa. Un giorno dando le ultime passate di levigatrice ad una tavola praticamente finita, la pialla toccò un nodo nel legno e lo divelse creando un vistoso buco nella carena, in corrispondenza del primo quarto della tavola. Takayama continuò a passare la levigatrice fino a far sparire il buco lasciando una superficie piana a forma di goccia. La tavola si rivelò magica nei nose-ride. Questa forma di carena infatti spara acqua sotto la tavola forzando il bordo a rimanere dentro l’onda anzichè scivolare lungo la parete. La carena a goccia interagisce anche con la galleggiabilità del tail creando maggior frizione. Questo mantiene la poppa a contatto con la parete e rallenta la tavola rendendo possibili lunghissimi hang-ten.

LE DUE VIE DELLA FEDE

Il nose-ride non è solo stasi controllata. Raggiungere il nose è forse più difficile che rimanerci. Non cimentatevi in quella goffa corsettina verso la punta. Dal tuo “cross step”, quella sequenza di tre o quattro passi incrociati che ti porta in cima alla tavola, dipende la purezza della tua illuminazione. Il passo incrociato necessita di ottimo tempismo, di coordinazione e di equilibrio. E’ importante all’inizio superare la paura di cadere. La tavola, durante la suzione è molto più stabile di quello che credete. Una volta rotto il ghiaccio col cross-step, è solo una questione di leggere correttamente l’onda e individuare quale sezione richiede/regge un nose-ride. La onde di point, facili e prevedibili, sono la palestra migliore per questa manovra ma anche le piccole onde di spiaggia regalano buone emozioni a chi ama mettere fuori dieci dita! Le due tecniche più comuni per raggiungere il nose sfruttano lo stallo della tavola e/o la posizione sull’onda. Far stallare la tavola è la tecnica più facile: aspetta che una sezione stia irripidendosi di fronte a te, poi rellenta la tavola applicando una robusta pressione sul piede posteriore. Questa frenata permetterà all’onda di irripidirsi attorno a te e coprirà la tavola di acqua rendendola più stabile. Quando la tavola raggiunge il punto più alto dell’onda devi camminare leggero verso il nose. E’ qui che comincia e finisce il paradosso, la stasi in movimento, lo zen del nose-ride: per alcuni secondi la tavola accelera senza però spostarsi dalla sezione ripida. Poi perde la stabilità quando supera in velocità l’onda. Stallare la tavola è il modo migliore per prendere famigliarità col nose specialmente nelle piccole onde di risacca. Gli hang-ten veri però, quelli lunghissimi e precisi come la lama di un chirurgo, sono un’altra cosa e presuppongono doti di trim e lettura dell’onda fuori dal comune. Devi percepire in anticipo quello che l’onda sta per fare, visualizzare te stesso nel punto giusto dell’onda prima ancora di esserci. Ovviamente le caratteristiche della tavola e la confidenza che si ha con essa sono essenziali nel controllo di questo momento. Raggiungere il nose troppo presto non funziona affatto con tavole tradizionali. Bisogna sfruttare la linea per massimizzare la velocità, aspettare più possibile prima che la sezione si irripidisca poi posizionare la tavola parallela all’onda e cominciare a camminare senza correre. Non importa quanto ripida diventi l’onda sotto la vostra tavola, un nose-ride ben bilanciato su una tavola old-school vi può regalare emozioni indimenticabili. Il cross-stepp è una questione di fede: molleggiatevi su anche e caviglie e piegate leggermente le ginocchia appena raggiungete il nose. A questo punto è importante governare la tavola usando solo le dita dei piedi con piccoli spostamenti di peso e piegamenti delle ginocchia per mantenere più a lungo possibile la posizione. Appena l’onda inizia a rallentare, ripeti il cross-step verso la poppa e goditi il momento appena vissuto.


“Non mi sono mai piaciute le tavole leggere, non riesco ad abituarmici. Tu usi tavole pesanti o leggere?” chiede Kilgore nell’elicottero stracolmo di armi. “Pesanti” urla Lance. “Davvero? Pensavo che i giovani preferissero quelle leggere”. “Non puoi surfare sul nose” risponde Lance, sognando di essere a Malibù, lontano da quell’inferno, perso in un hang-ten, perso in un attimo Zen.



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