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SCIVOLANDO IN LIBERIA

a cura di Nicolaj Lidow Condividi SurfNews

Con il sorgere del sole le nuvole cominciano ad accendersi, portando con se la speranza di un cielo azzurro ' raro per questo periodo dell'anno in Liberia. La strada è vuota, se non per una giovane donna inginocchiata sul marciapiede, protesa verso un buco nell'asfalto. Raccoglie l'acqua che sgorga dalle tubature rotte sotto la strada. Per anni qui a Monrovia non è arrivata alcuna acqua corrente. Lei ci sorride mentre ci avviciniamo ed il mio amico Bill, un liberiano ventiduenne, la saluta. 'Buongiorno a voi', risponde lei, sollevando il secchio sulla testa, mentre i primi raggi del giorno trafiggono le nuvole. Continuiamo lungo la strada, con la tavola sotto il braccio, cercando un passaggio attraverso gli edifici malmessi che costeggiano la strada fino alla spiaggia di Mamba Point. Bill indica l'ultimo piano di un palazzo, un tempo viveva lì. Le pareti bianche sono striate di grigio per la pioggia ed il tetto di metallo è ricoperto da chiazze di ruggine, ma il palazzo rimane comunque uno dei più belli della via e già immagino l'acqua turchese e la spiaggia sabbiosa dall'altra parte. Gli domando perché si è trasferito, e lui mi racconta della guerra che nel '92 sconvolse la città. Una granata sfondò il tetto ed esplose nel suo salotto, suo zio morì mentre lui, nella stanza di fianco, a pochi metri di distanza rimase illeso. Visto che la sua famiglia comunque non frequentava la spiaggia, non fu grosso problema per lui trasferirsi.

AMERICO-LIBERIANI

La Liberia venne fondata nel 1847 da un gruppo di schiavi americani liberati, che speravano di creare in Africa Occidentale una replica del paese che si erano lasciati alle spalle. Battezzarono la capitale Monrovia in onore dell'allora presidente James Monroe, costruirono chiese battiste e templi massonici. Il loro motto era 'l'amore per la libertà ci ha guidato qui' e anche la costituzione, scritta all'università di Harvard, si fondava sull'idea americana di democrazia e libertà. Sfortunatamente questi schiavi liberati, che si facevano chiamare americo-liberiani, non sentirono nessun bisogno di estendere la loro libertà appena acquisita alle popolazioni indigene. Costruirono un sistema di piantagioni basato sullo stesso modello americano dal quale erano appena fuggiti, e iniziarono a sfruttare le popolazioni locali, negando loro ogni diritto e libertà. Questo sistema di oppressione continuò fino al 1980 quando Samuel Doe, un ufficiale analfabeta dell'esercito, depose il presidente americo-liberiano con un sanguinoso colpo di stato. Nonostante sostenesse di rappresentare gli interessi del popolo, egli dimostrò di essere corrotto e spietato esattamente come tutti gli altri, lasciando la gente alle proprie sofferenze. La Liberia sprofondò nella guerra civile nel '89, dopo che i ribelli guidati da Charles Taylor attraversarono la frontiera dalla Costa d'Avorio decisi ad impossessarsi delle riserve di diamanti e legname del paese. Seguirono sette anni di scontri brutali che si lasciarono dietro 150 mila morti e 850 mila rifugiati nei paesi limitrofi. Indicibili episodi di brutalità e mutilazioni erano all'ordine del giorno. La situazione si tranquillizzò solo nel '97 quando le Nazioni Unite organizzarono le elezioni, nella speranza di assicurare una pace duratura. Charles Taylor, il più potente e sanguinario fra i capi dei ribelli, vinse le elezioni con una valanga di voti. In campagna elettorale promise un ritorno alla guerra nel caso in cui non fosse stato eletto, la gente capì di non avere scelta. 'Hai ucciso mia madre, hai ucciso mio padre, ma voterò per te!' diceva uno slogan politico di allora. La pace non durò a lungo e nel '99 incominciò una nuova ondata di violenza. Giovanissimi soldati armati di Kakashnikov, fatti di cocaina e colla, combattevano vestiti a festa, o con costumi da Halloween, nella convinzione che questo li rendesse invincibili. Le violenze nel 2003 furono le peggiori di sempre: gli assedi alla capitale da parte dei ribelli si ripetevano giornalmente e centinaia di persone morivano ogni giorno. Quando il presidente Taylor finalmente fuggì dal paese, arrivarono i caschi blu dell'ONU e la popolazione tirò un sospiro di sollievo. Ora, passati due anni, i ribelli hanno deposto le armi, la guerra è finalmente finita. Per la prima volta da molti anni i liberiani possono di nuovo sperare nel futuro. La cose andranno meglio, dicono, è solo una questione di tempo.

RUMORI E PENSIERI A MONROVIA

Bill si infila in un buco nel muro di un edificio e mi fa cenno di seguirlo, 'possiamo arrivare alla spiaggia da qui' dice, scomparendo nel buio. Ci vuole un attimo ai miei occhi per abituarsi e all'inizio sento solo il suono delle gocce d'acqua che cadono dal soffitto nelle pozzanghere di fango e ghiaia. Il muschio verde cresce sui muri anneriti e il pavimento è coperto da spazzatura. Un odore insopportabile mi avvolge mentre cammino verso la luce che entra da un'apertura nel muro opposto, e la attraverso ritrovandomi di nuovo immerso nel bagliore del giorno. Una linea di sabbia dorata si allunga formando un point sinistro, poco lontano da noi. Solo la sezione finale è visibile, sta rompendo un'onda alta circa mezzo metro. Una serie di grossi massi a ridosso dei palazzi proteggono le costruzioni dalle onde, io e Bill saltiamo da uno scoglio all'altro facendoci strada nel terreno disseminato di escrementi e spazzatura. In mancanza di acqua corrente non ci sono neppure bagni e i residenti al loro posto usano la spiaggia. Al nostro passaggio vediamo branchi di topi correre via, infilandosi tra le fessure. Andiamo oltre in direzione di un piccolo orfanotrofio in cima al point, nascosto tra le palme. La struttura venne gravemente danneggiata negli scontri del 2003, ma alcuni bambini sono ancora ospitati lì, accuditi da una signora anziana. Quando si accorgono di noi escono a guardare. Da quando abbiamo girato l'angolo non si vede un'onda, e inizio a pensare che quella piccola schiuma sia tutto ciò che questo posto ha da offrirci. Ma ecco in lontananza comparire un set. A meno di cinque metri dalla riva l'onda inizia rompere in un tubo tondo e veloce fiancheggiando molto da vicino la linea di scogli, prima di piegare in corrispondenza del punto in cui incomincia la sabbia. Remo verso il picco e mi posiziono un po' al largo, non sono sicuro che la sezione tubante sia praticabile, passando così vicina alle rocce. Entra un set e parto sulla spalla di un'onda, dove la parete rompe pulita e un po' più lentamente. Mi alzo in piedi e metto il peso in avanti per superare la sezione veloce, poi rallento con un roundhouse. Infine l'onda si riforma in risacca a non più di cinque metri dalla riva, continuando a rompere con potenza. Trovo lo spazio per un off the lip, quindi faccio ancora un roundhouse. L'onda rallenta, poi si riforma di nuovo, snap e ancora roundhouse. Mi porta fino a riva, e torno verso il picco di corsa. La gente mi guarda dalle finestre degli appartamenti intorno e i bambini si radunano sulla spiaggia. Appena li saluto mi raggiungono e iniziano a corrermi a fianco. Ogni volta che torno fuori mi posiziono vicino al picco dove l'onda scava maggiormente, partendo sempre un po' più dentro. Infine faccio un take-off in un tubo. L'acqua mi avvolge e lo stomaco mi va in gola mentre i massi a riva scompaiano dietro il labbro opaco. L'aria che mi investe da dietro cancella ogni rumore e pensiero.

QUATTRO POINT

Cinque giorni dopo sto saltando sul retro di un pickup diretto verso nord, a Robertsport, una piccola città vicino alla frontiera con il Sierra Leone. Il mio amico Maurice, un liberiano di ventisei anni, ha un cugino di nome Ernest ed è lui il proprietario del mezzo. Ora è seduto a fianco a me, eccitato per essere di nuovo alla guida dopo molti mesi. 'Niente soldi per la benzina' spiega. Quando ha saputo dei nostri piani ha insistito per accompagnarci, vestendosi per l'occasione con un cappello mimetico da safari, proveniente da una fattoria di coccodrilli in Florida, e un giubbetto da fotografo di seconda mano color kaki. Avanziamo tra chiazze di intensa vegetazione tropicale e file ininterrotte di alberi da gomma. La linfa di lattice cola dai tagli nella corteccia e si raccoglie nelle ciotole mischiandosi con l'acqua piovana. Diffonde nell'aria un denso odore di terra mista a muffa. Passiamo molti villaggi, case di fango decorate con elaborati segni geometrici, pitturati con le dita, immergendo le mani nel fango bianco delle pozzanghere. Superiamo una distesa di capanne ammassate una sull'altra, vi abitano alcuni rifugiati, gente fuggita dalla violenza nei loro villaggi ma che ancora non si sente sufficientemente sicura per ritornarvi. Da tempo la terra qui è stata spogliata dagli alberi, usati come legna da ardere, e il fango scorre in piccoli rivoli tra le case. Passiamo un ceckpoint dell'ONU, i soldati namibiani ci salutano amichevolmente e fanno cenno di passare. Poi ne superiamo un altro gestito da pachistani. La strada asfaltata finisce e iniziamo il lungo e sconnesso tratto che arriva fino a Robertsport. Tre giorni fa avevamo fatto lo stesso viaggio. Le onde erano piccole ed il vento dalla direzione sbagliata, ma il luogo sembrava avere un buon potenziale. Una serie di quattro point nel raggio di un chilometro, tutti dalla forma perfetta e ben esposti alla mareggiata. Avevo sentito parlare bene di quel posto dagli operatori umanitari che avevano surfato lì negli anni ottanta, prima che la situazione degenerasse, ma queste voci non dicevano nulla di certo riguardo alla consistenza delle onde.Una volta un hotel di lusso dominava il point, insieme ad alcune villette nascoste tra le colline sopra il villaggio. Poi è passata la guerra e tutto questo si è trasformato in un cumulo di ruderi e macerie. Le finestre senza vetri si affacciano su ampi viali che non portano da nessuna parte, nessuno li percorre e il tempo li sta ricoprendo con una densa vegetazione. Poco lontano da queste tracce di un passato migliore, la gente vive in gruppi di case di fango, ai margini della foresta che inesorabilmente si sta rimangiando le pietre.

A PIEDI VERSO ROBERTSPORT

Prima di partire setacciamo la città in cerca di provviste, recuperando una tenda, una di quelle che l'ONU distribuisce ai rifugiati, un grosso macete, pentole ed acqua. Una nuova mareggiata entra il giorno successivo ed io vedo già nella mia testa linee pulite di onde sinistre. A otto chilometri da Robertsport un convoglio dell'ONU ci blocca la strada. Un soldato pachistano ci ferma comunicandoci che uno dei ponti è danneggiato. Esco a dare un'occhiata: il ponte è un insieme di tronchi e ghiaia, il fiume sarà largo appena tre metri. È spezzato nel mezzo, ma sembra ancora abbastanza solido. Torno dal soldato a fianco della macchina, 'sarà riparato entro sera' mi dice. Guardo l'acqua scorrere, incrociando il ponte forma delle piccole sinistre. 'Possiamo farcela,' dico. Il soldato mi guarda, poi si gira verso il ponte. Una piccola gru ne solleva metà e la butta nella foresta. Il soldato alza le spalle, e mi ripete che sarà a posto entro stasera. Chiedo se ci sono auto dall'altro lato del ponte che ci possano portare in città. Ma la risposta è negativa, quelle che sono arrivate sono tutte tornate indietro. Osservo Bill e Maurice e annuncio 'andremo a piedi', aspettandomi qualche reazione. Invece iniziano a scaricare la roba e a prepararsi per la partenza. Prendo la sacca della tavola e la riempio con l'essenziale. Nonostante l'afa la passeggiata è piacevole, Maurice mi spiega che chi nasce in Liberia è abituato a comminare. Mi racconta di quando con sua madre dovette attraversare il paese per fuggire ai ribelli. Partì a piedi e ritornò dopo dieci anni. Cespugli e alberi si stringono sempre di più mentre avanziamo, finchè non penetra più neanche un raggio di sole, e ci ritroviamo a camminare nella penombra. Un mamba verde attraversa la strada davanti a noi, la metà posteriore di una rana fuoriesce dalla sua bocca, e le piccole zampe si muovono ancora. Due ore dopo arriviamo a Robertsport. Da una collina sopra il villaggio vedo le serie entrare ma gli alberi impediscono la vista dei frangenti. Sono agitato, sento il cuore in gola, cerco di prepararmi al peggio. Non sarà un granchè, mi dico, al massimo un divertente point sinistro, niente di speciale. Quando sbuco dalla foresta sulla sabbia, sta rompendo una bella sinistra di un paio di metri, e dietro subito un'altra. Il vento è assente e anche le nuvole sono scomparse. L'acqua è di un blu profondo.

L'ONDA DI ALFRED

Due dei point che avevo visto funzionare il giorno prima si congiungono in una sola lunghissima onda. La prima sezione tuba con decisione, poi una parete più aperta arriva fino al secondo point, infine riprende a rompere veloce per un centinaio di metri prima di esplodere sulla sabbia. Sono certo che anche a lato di quest'onda da sogno stiano rompendo onde splendide. Ma questo è già troppo per me, lascio cadere tutto sulla sabbia e freneticamente comincio ad incerare la tavola. Remo in fuori, le onde arrivano una dietro l'altra. Sezioni più o meno veloci, tubi, è fantastico. Mentre torno su correndo giro intorno alle rocce sulla sabbia e rido istericamente quando arrivo sul line-up. Sembra di essere in un sogno, onde perfette e il surfista più vicino sarà a mille miglia di distanza. No aspetta, ce n'è uno. All'inizio penso di avere le allucinazioni. Vedo un bodyborder arrivare sulla line-up, viene da me e si presenta. Alfred, diciannove anni, liberiano, è l'unico locale di Robertsport, anzi l'unico della Liberia. È senza pinne e per una buona mezz'ora non prende nulla, galleggia sulla line-up, evitando a fatica i grossi set che si trasformano in tubi incontrando la secca. Inizio a preoccuparmi un po' per lui, pensando a cosa fare nel caso in cui un onda lo sbatta sulle rocce. Sto remando dopo averne presa una particolarmente bella quando vedo in lontananza comparire le gobbe di quello che sembra essere il set del giorno. Remo più veloce, sperando di riuscire a passarci sopra. In cima al point vedo Alfred girare il bodyboard e partire. Rimane un istante sospeso sul lip che sta per chiudere, e già mi immagino il terribile wipe-out che seguirà. È impossibile partire su quel muro senza pinne. Lui invece parte nel vuoto. Mi siedo sulla tavola, trattengo il respiro con gli occhi spalancati. A metà parete torna a contatto con l'acqua, e affonda il rail. Si spinge nel bottom e con un controllo perfetto si posiziona sulla parete. Io seduto sulla spalla alzo le braccia in aria e urlo più forte che posso. Alfred mi supera in velocità scomparendo in basso. Tre ore dopo sto remando per un'onda del set, promettendomi che sarà l'ultima. Devo organizzare l'accampamento e bisogna comprare pesce per cenare. Le esigenze pratiche e materiali tornano ad occupare i pensieri. Parto molto dentro e rallento mentre il labbro mi avvolge. Le nuvole sono tornate e l'acqua è diventata color verde giada. Mi passo la mano sulla faccia e guardo la forma del tubo modificarsi mentre l'onda scorre lungo il point. Prima diventa tondo poi a forma di mandorla. Mentre sto per uscire allungo il braccio anteriore per sentire l'onda con entrambe le mani. Esco dal tubo e respiro. Entusiasta mi lancio sulla sezione finale come uno scemo. Atterro con un 'crash' sordo ed un fortissimo dolore al fianco. Quando riemergo la pinna è spezzata.

TAVOLA CHE SCIVOLA

È tardo pomeriggio e ci siamo finalmente accampati. Il nostro riparo non è un granchè. È solo un telone cerato precariamente tenuto insieme da alcuni rami tagliati. Le nostre capacità di cavarcela all'aperto sembrano un po' arrugginite visto tutto il tempo che abbiamo impiegato a montarlo. Nel frattempo arrivano sulla spiaggia alcuni degli amici di Alfred e giocano a calcio finchè non fa buio. Poi ci stringiamo tutti intorno ad un falò. Parlando, chiedo ad Alfred da quanto tempo surfa, ma lui mi guarda con un'espressione vuota. Ripeto, 'a fare bodyboard, quando hai iniziato?' Nessuna risposta, dai suoi occhi capisco che non sa di cosa sto parlando. Indico il suo bodyboard: 'Come lo chiami questo?' 'Tavola,' risponde. 'Tavola?' 'Si, Tavola che scivola,' dice infine. Allora domando dove ha trovato la sua tavola che scivola, e chi gli ha insegnato a scivolare. Lui incomincia a raccontare la sua storia. Due anni fa, nel 2003, i ribelli di un gruppo che si faceva chiamare LURD si aggiravano nei pressi della frontiera e sconfinarono in Liberia, portando con sé l'ennesima ondata di violenza, la peggiore che il paese avesse visto in quindici anni di guerra. I ribelli arrivarono fino a Robertsport, saccheggiarono e violentarono, portarono via il possibile, devastando il resto. Si sapeva che i ribelli in queste occasioni rapivano bambini e ragazzi per poi costringerli ad unirsi al gruppo. Prima del loro arrivo, Alfred ed i suoi amici si misero in cammino, lungo la spiaggia in direzione di Monrovia. Ci misero tre giorni.
Era giugno, i ragazzi passarono di fianco ai point proprio mentre entravano le prime mareggiate della stagione. Di notte dormivano in spiaggia e di giorno camminavano a lungo senza cibo nè acqua. Il secondo giorno un rumore li svegliò. Grazie alla luce della luna Alfred riuscì a vedere la sagoma dei fucili, e quella dei ribelli che li stavano circondando. I ragazzini sparirono in fretta nella foresta, ma i ribelli fecero in tempo a sparare, uccidendo uno di loro prima che riuscisse a raggiungere un riparo tra gli alberi. Alfred arrivò fino ad un fiume e lo attraversò nuotando nel buio, con la certezza che i coccodrilli fossero meno pericolosi dei ribelli sulla riva. Il terzo giorno arrivò a Monrovia, che in quel momento era nel caos. L'ottanta per cento della popolazione del paese era alla ricerca di rifugi temporanei in città, per sfuggire all'avanzata dei ribelli. Alfred non aveva famigliari a cui appoggiarsi, così iniziò a bussare alle porte di diversi amici. C'era scarsità di cibo ed acqua e con il passare delle settimane la situazione diventava sempre più disperata. I combattimenti raggiunsero la città, ribelli e i soldati del governo erano più interessati a saccheggi e violenze piuttosto che a difendere i civili. Un giorno si sparse la voce che i ribelli avevano occupato il porto. Migliaia di persone affamate in cerca di cibo e qualsiasi altra cosa. Alfred era tra loro, ed in cima a un cumulo di spazzatura trovò un bodyboard, Team Madrid model, blu lucente, rail gialli e fondo grigio. Sopra al cellophane che lo avvolgeva era stampata la foto di un bambino su una bella sinistra. Alfred la afferrò. Un mese più tardi tornò a casa, a Robertsport, e con il tempo e l'arrivo dell'ONU la situazione tornò alla calma. Un giorno arrivò Mack, un surfista scozzese, e spiegò ad Alfred come scivolare. Alfred, i suoi amici, Maurice, Bill e io rimaniamo svegli fino a tardi a parlare. Poi uno ad uno ci addormentiamo sotto le stelle. Alfred ha il macete nascosto sotto il sacco a pelo, a portata di mano. Non si sa mai, dice.

ELECTION DAY

In uno dei miei ultimi giorni qui a Monrovia, decido di andare a fare qualche foto. Apro la porta rossa e arrugginita dell'orfanotrofio che guarda il point e cammino tra i calcinacci verso la riva. L'anziana che si occupa dei bambini compare sulla porta di uno degli edifici. 'Posso fare qualche foto?' Le chiedo mostrando la macchina. 'Certo, magari faranno arrivare qualche aiuto' dice. Sono imbarazzato. Vado in giro a divertirmi con la tavola e a scattare foto mentre questa gente soffre, improvvisamente mi sento frivolo. Penso a tutte le storie di massacri sentite qui, come quando sulla spiaggia nei pressi della città, Maurice mi disse di non scavare troppo a fondo, perché stavamo camminando sulle ossa. Poi penso alla gente che ho incontrato, e a come mi ha accolto nei villaggi e nelle case. È stato bello vederli felici, per una visita ricevuta. È stato bello sentire il loro orgoglio per la bellezza di un paese che torna ad alzare la testa dopo tanti anni di inferno. Con il mio arrivo, ho portato la promessa di turismo, sviluppo e prosperità. Sono certo che saranno proprio i surfisti ad aprire la strada, arriveranno qualche anno prima dei turisti a setacciare la costa e godersi le onde. Le loro esigenze di trasporto e di soggiorno saranno un importante impulso per l'economia locale. Guardo l'anziana signora, e sorrido. 'Magari faranno arrivare qualche aiuto' le dico, proseguendo verso il mare. Il giorno 11 ottobre 2004 i liberiani andarono al voto per la prima volta dalla fine del conflitto. Quel giorno nell'oscurità che precede l'alba mi metto in strada per raggiungere il seggio più vicino. Quando arrivo antorno alle quattro, centinaia di persone sono già lì sedute sul marciapiede, in una fila già lunga almeno trecento metri. Alle sei la fila è un fiume di persone che invade la strada di cui non vedo la fine. In un clima di festa, la gente chiacchiera e i bambini giocano sulla spiaggia. Poco prima delle otto prendo posizione nel giardino del seggio davanti al cancello, pronto a fare qualche foto all'apertura delle votazioni. Sei soldati dell'ONU sono sulla porta, con gli AK-47 sulle spalle. Ma allo scoccare delle otto la folla li travolge mentre cercano di controllare l'enorme flusso di persone. Nello scompiglio generale, riesco a fare qualche scatto mentre avanzo in balia del flusso verso la porta del seggio, dove si trovano le cabine elettorali. Ho l'impressione che in questo caos le operazioni di voto saranno impossibili. Invece quando la folla raggiunge la porta si trasforma rapidamente in una coda ordinata. Gradualmente l'enorme massa di persone si distribuisce in una serie di file regolari. L'eccitazione li ha portati a sfondare i cancelli, ma ora nulla può disturbare il voto. Oggi i liberiani hanno una grande opportunità per chiudere definitivamente col passato e nessuno vuole lasciarsela scappare.

Nicolaj Lidowè laureato in Storia dei Conflitti Etnici all'Università di Stanford (California). Attualmente è impegnato in progetti umanitari in Africa.


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