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RAPA NUI

a cura di Juan Fernàndez Condividi SurfNews


Violentemente Pura

Haka honu è il termine utilizzato dagli abitanti di Rapa Nui per indicare il surf. 'Diventare una tartaruga' è l'etimologia del termine e l'origine dell'atto stesso di cavalcare onde. Fu infatti osservando le tartarughe che gli uomini di quest'isola cominciarono a sfidare quelle grosse masse d'acqua. Le leggende locali sono ricche di miti ambiantati proprio lungo le coste, come quello del re Tuki Haka Hevari, che perse la vita surfando a Papa Tangaroa un centinaio di anni fa. Non sappiamo se allora cavalcassero le onde in piedi, probabilmente usavano una specie di piroga costituita da fascine di legno legate, che governavano da sdraiati, certo è che capirono l'uso ricreativo delle onde molto prima di qualsiasi civiltà occidentale. Laird Hamilton (il famoso big wave rider hawaiiano) ed il suo team hanno visitato l'Isola di Pasqua nel 1994 e nel 2002 approfittando di grandi mareggiate originate nell'emisfero sud. Questi viaggi hanno reso celebre Rapa Nui presso la comunità surfistica internazionale. Brock Little, che accompagnò Hamilton nel 2004, descrisse Papa Tangaroa come un'onda di prima categoria. 'Se cadi in partenza e finisci nell'inside, c'è il rischio di trovarsi in guai seri!' ci avverte Renè Varas, uno dei pochi locali dell'isola che surfano la costa est durante tutto l'anno.

BLU MOANA

'È lo spot più pericoloso in cui ho surfato in vita mia' commenta Iker Fuentes dopo la prima session sulla destra di Herevivi. È il nostro primo giorno sull'isola, sappiamo da internet che una grossa mareggiata sta colpendo il lato Est. Le onde nel porto di Tangaroa superano i due metri ma il vento è da mare. Decidiamo di noleggiare due fuoristrada e partire, mappa alla mano, per la stretta strada che da Vinapu va verso est. Dopo un paio di minuti ci fermiamo colpiti dalle linee della mareggiata e dalle tonalità che l'Oceano Pacifico acquista. Il linguaggio di Rapa Nui assegna al colore del mare un nome speciale: Moana. Raggiunta la costa est fermiamo le auto rapiti dalla forza e dai boati di un Pacifico tutt'altro che' pacifico. Ovunque rompono destre e sinistre di una misura difficile da valutare con esattezza: cinque, sei metri? Sono immense. Nei dintorni non c'è nessuno a parte alcuni cavalli selvatici e qualche pescatore munito solo di filo da pesca, ami, mollica di pane e pezzetti di pollo. È uno di loro ad indicarci il cammino per Papa Tangaroa, che raggiungiamo senza staccare gli occhi dal finestrino dell'auto. I nativi per fortuna conoscono bene lo spagnolo. Attualmente Pasqua appartiene al Cile, è stata parte del regno spagnolo dal 1770, anno in cui Felipe González de Haedo la annesse alla Corona ribattezzandola Isola di San Carlo, in onore di Carlo III. Prima di allora, era stata scoperta e resa famosa dall'olandese Jacob Roggenvee, che la scoprì la domenica di Pasqua del 1722. Non abbiamo difficoltà a trovare Papa Tangaroa, l'onda più pesante e famosa di Rapa Nui. Ho letto diversi articoli su questo spot ma in nessuno ho visto onde come queste. Un setup perfetto, schiume enormi allineate e parallele. L'onda rompe con grande fragore poco prima del tavolato di roccia, il fondale e la forte corrente fanno sì che la schiuma esploda in uno spazio molto piccolo. È possibile osservare l'onda da vicino, scendendo a piedi tra le affilate rocce vulcaniche fin sulla battigia. Non è facile calcolare con esattezza la dimensione delle onde in questa soleggiata mattina di fine giugno, di sicuro c'è solo l'enorme pericolo che si corre surfandole senza una moto d'acqua in grado di recuperarti rapidamente. Decidiamo di continuare a ispezionare la costa cercando di capire quali spot funzioneranno quando il mare sarà meno grosso. In diversi punti rompono onde enormi e di qualità ma è impossibile entrare senza una buona moto e qualcuno in grado di condurla con destrezza. Negli occhi di Oscar che osserva le serie vedo quanto in quel momento senta la mancanza del suo jet ski, parcheggiato nel suo garage di Liencres. Lo stesso giorno in cui siamo atterrati sull'isola erano in partenza un gruppo di brasiliani che avevano trascorso qui varie settimane per realizzare un video. A quanto pare hanno trasportato due moto d'acqua dal Brasile fino a Santiago del Cile via terra poi le hanno caricate in aereo fino a Rapa Nui spendendo oltre 3500 dollari. Può darsi che Rapa Nui non sia un paradiso perfezione come l'Indonesia, ma è di sicuro un luogo adatto per il tow in. Secondo lo stesso Renè sembra però esserci una sorta di 'maledizione dei jet ski' sull'isola. dall'arrivo dei brasiliani, il mare è rimasto piatto per due settimane. Quando Laird Hamilton, Dave Kalama, Peter Mel e Skindog hanno visitato l'isola per girare 'Step Into Liquid' tre anni fa, Papa Tangaroa ha rotto male e senza troppa misura nonostante le ottime condizioni annunciate dalle previsioni. Inoltre Laird Hamilton è finito in ospedale per via di una ferita alla gamba e per farsi estrarre una cinquantina di aculei di riccio rimediati sul fondo di Papa Tangaroa. Il californiano Greg Long, durante la sua visita a Isola di Pasqua alla fine di Aprile, ha fatto notare a René come il corallo di Teahupoo sembrasse un banco di sabbia a confronto con il tagliente e pericoloso fondale di Papa Tangaroa!

SOTTO I MOAI

Continuiamo a percorrere la costa in direzione nord est fino a incontrare una destra ben formata. Rompe affiancando le rocce fino a chiudere nella parte bassa della baia. Difficile indovinarne la misura, in ogni caso più bassa di quanto visto fino ad ora a Papa Tangaroa e Koe Koe. Il picco si alza molto rapidamente e la prima sezione rompe con violenza. Segno con un cerchio il punto esatto in cui ci troviamo sulla mappa: Herevivi. Prima di entrare, controlliamo la costa fino all'estremità nord. Il nostro tragitto termina nella cava di Hotuiti, dove cinque moai custodiscono e proteggono un luogo fatto di silenzio e odore di mare. Onde alte due metri rompono di fronte a uno dei paesaggi più affascinanti che un surfista possa ammirare dalla line up: alte statue di pietra ed il vulcano Rano Raraku. Più di 350 moai riposano dispersi per il pendio del vulcano in cui secoli addietro si combattè la battaglia più sanguinosa che la storia di Rapa Nui ricordi, quella tra la tribù delle orecchie corte e quella delle orecchie lunghe. Gli Ahu sono aree sacre, piattaforme di rocce ovali sopra le quali si ergono i moai. Ogni Ahu ha un numero diverso di statue, le quali rappresentano uomini illustri sepolti insieme a successori e famigliari. Secondo la tradizione orale di Rapa Nui, la loro funzione è quella di proteggere la tribù e il 'maná', il potere dei re. Per questa ragione le statue danno le spalle al mare e guardano in direzione della tribù. Solo nel caso di Ahu Akivi, i moai guardano il mare in memoria dei primi navigatori che arrivarono sull'isola insieme al re Hotu A Matùa. Le onde a Hotuiti hanno un'ottima forma. Un picco destro rompe regolare su una piattaforma di roccia vulcanica. Oscar però vorrebbe surfare qualcosa di un po' più grosso quindi ci decidiamo a tornare a Herevivi. Quando arriviamo le onde sono aumentate ancora, sembrano circa due metri e mezzo con serie di tre. Oscar è il primo a cambiarsi mentre Iker e Luis valutano le diverse opzioni per entrare e uscire dall'acqua. Le serie entrano nella baia in continuazione, senza una pausa che permetta di raggiungere il picco in sicurezza. Quando i tre si trovano sul tavolato di pietra, la tensione si fa palpabile. Ci sono solo pochi secondi di calma tra una serie e l'altra. Oscar è il primo a buttarsi, ma proprio in quell'istante una serie grossa si affaccia all'orizzonte. Iker e Luis avvertono Oscar, che torna sulle rocce appena in tempo, con una ritirata molto pericolosa. Sono costretti ad aspettare un altro paio di minuti prima di riuscire a buttarsi e remare come matti in direzione del canale. Quelli che all'inizio parevano due metri sono tre e le serie che entrano ogni quindici minuti raggiungono tranquillamente i quattro metri. Proprio come alle Hawaii, anche qui si nota una enorme differenza di misura tra serie e serie. Con onde di due metri, è normale che entrino anche serie da tre. L'Isola di Pasqua è un lembo di terra nel cuore del Pacífico, tutta la forza dell'oceano si scarica al di sopra di giovani fondali vulcanici senza alcun tipo di barriera corallina che li protegga; questo amplifica la misura, la velocità e la potenza delle onde. È Oscar che con determinazione prende le prime onde. Il picco rompe con forza ed il drop, nonostante non sia eccessivamente verticale, richiede una certa concentrazione in quanto le rocce del tavolato di pietra emergono minacciose poco lontano. Poco a poco, i tre prendono confidenza e si avvicinano sempre di più al picco. Iker ne prende una davvero grande, con una spalla così lunga da permettergli di mettersi in piedi con estrema facilità. La muta rossa di Luis contrasta con l'azzurro oltremare delle onde. In una delle serie grosse lo vedo in cima al picco, quasi nella zona in cui la parete collassa direttamente sul tavolato. La prima onda quasi lo travolge ma parte sulla seconda senza pensare a cosa stia facendo la spalla. Quando arriva alla base ed inizia il bottom turn la lunga sezione si alza velocissima ed un muro d'acqua enorme lo rincorre minaccioso. Il surfista di Ferrol spinge l'acceleratore del suo sette piedi fino in fondo e riesce a togliersi da una situazione che si sta facendo pericolosa. I pochi nativi che passano a cavallo o in auto dedicano alcuni minuti a contemplare tre stranieri persi in un mare di onde e schiuma. Nonostante non vi siano nè scuole specializzate né surf camps, e neppure un numero elevato di praticanti, tutto il popolo Rapa Nui, dai bambini agli anziani, conosce e ammira lo sport del surf. Alle sei del pomeriggio la luce del tramonto già sfuma verso il buio della notte. Oscar è risalito dallo stesso punto in cui è entrato, Luis e Iker invece remano duecento metri per raggiungere una baia più sicura. 'Questo è il momento degli squali' dice Iker a Luis. Clemente, il nostro spensierato e sballato padrone di casa, ci consiglia di battere tra di loro due pietre in caso avvistassimo qualche squalo: 'Il rumore li spaventa, ma cercate di uscire dall'acqua il più veloce possibile dopo aver battuto le pietre!'. A volte risulta simpatico, a volte ci infastidisce notevolmente visto che in quelle acque ci dobbiamo nuotare noi. Per fortuna René ci conforta a riguardo: 'Ci sono squali bianchi e squali mako, ma sono lontani dalla costa. A volte le barche li pescano perché allontanano i tonni e anche perché utilizziamo il loro fegato come cicatrizzante per le ferite. Gli squali che ci sono vicino alla costa sono piccoli. In ogni caso non dovete preoccuparvi per loro, nel caso vi volessero attaccare non riuscireste mai ad accorgervene prima. Da soli sono più timidi, ma se sono due o in branco, sono come i cani'.

CIBO DI PASQUA

La giornata è stata dura e la fame si fa sentire. Nel ristorante Te Moana possiamo assaporare la gastronomia dell'isola al ritmo della musica locale. Il tonno è la star del menù, accompagnato da riso e verdure. Anche la carne è molto gustosa. Deve essere per il fatto che qui gli animali pascolano per l'isola senza che la loro crescita venga accelerata e senza prodotti che ne alterino il sapore. I giorni seguenti ad Hanga Roa assistiamo alla sagra del 'curanto', un piatto a base di pesce o carne, cotto in buchi naturali tra le pietre vulcaniche e distribuito gratuitamente su foglie di banano. Il Caffè Raa è un altro ottimo posto per mangiare. È gestito da una signora belga che prepara un risotto delizioso con carne di maiale per cinquemila Pesos, circa sette euro. Il giorno seguente partiamo di nuovo per la costa est. Il mare è più piccolo e molti dei picchi che ieri ci hanno sorpreso non rompono più. In compenso Papa Tangaroa continua a ruggire come un leone, mandando serie interminabili di quattro metri. Torniamo a studiare il modo per entrare e uscire, ma è un'impresa impossibile. Molte serie entrano incrociate e l'onda chiude tutta insieme. Le poche che rompono bene sono incredibili. Vaghiamo per la costa tutto il giorno senza vedere nulla di buono fino al pomeriggio. Proprio quando ci stiamo dando per vinti avvistiamo una bella serie di sinistre su un picco ben definito. Iker spegne il motore e scendiamo dall'auto. Osserviamo ogni nuova serie con in sottofondo Luis che borbotta 'Buttiamoci, buttiamoci!'. Il canale di ingresso è facile da percorrere e l'onda, rompendo con forza, forma un ampio tubo. Il destino è tornato a offrirci la session del giorno proprio al tramonto, il momento in cui lo squalo dà il via alla sua caccia quotidiana. 'Finchè non torno di nuovo con i piedi a terra non sarò tranquillo' dice Iker prima di entrare in mare. Una volta in acqua, mi sorprende lo sforzo che i tre sono costretti a fare per riuscire a prendere un onda. Non che la misura sia eccessivamente grande, solo due o tre metri, ma la velocità con cui le onde entrano nella baia non sembra normale. Anche Iker, dopo la session, è stupito dalla velocità di questo mostro. Un paio di giorni più tardi, chiacchierando con René davanti alla porta di casa sua, impariamo il nome dello spot che abbiamo surfato: Pakaia. 'È la mia onda preferita. Ha una forza incredibile e un drop davvero verticale. E soprattutto non è pericolosa come Papa Tangaroa o Mataveri'. Quest'ultima è stata l'oggetto dei nostri sogni durante le quattordici ore che abbiamo passato in aereo. La rivista americana Transworld ha pubblicato un reportage con Tamayo Perry sull'Isola di Pasqua in cui il 90% delle foto sono state scattate su questa sinistra dalla forma deliziosa. Ogni giorno la controlliamo di buon ora ma la fortuna non è dalla nostra e non riusciamo a surfarla al meglio delle sue condizioni.

PAPA TANGAROA

In compenso, riusciamo finalmente a surfare Papa Tangaroa. È l'ultimo giorno, e tira vento da nord. Il mare è decisamente più piccolo, intorno a uno o due metri. Luis è stanco di vedere lo spot rompere deserto e con determinazione si infila la sua muta da pantera rosa e si butta in acqua. Iker e Oscar non ci pensano due volte a seguirlo quando lo vedono remare nel canale. Oscar preferisce lasciare a terra il long ed entra con un gun molto affilato. Luis surfa con aggressività fin dal primo momento, arrischiandosi su qualsiasi onda rompa. Nel frattempo Iker traccia con sicurezza i bottom per lanciarsi sulla parete e piantare manovre verticali. Un fastidioso vento sporca le onde a metà della session e alla fine Luis è l'unico fortunato a trovare un tubo con una porta di uscita. Nonostante l'onda non sia alla suo meglio sia Iker, sia Oscar, sia Luis rimangono in acqua per più di due ore, divertendosi sulle destre che rompono su un fondale dalla reputazione cattiva. Al pomeriggio andiamo a scambiare le nostre impressioni con René, che ad un certo punto ci chiede se abbiamo visto lo squalo. Ci guardiamo con un certo sconcerto' squalo?! 'A Papa Tangaroa vive uno squalo grigio di circa quattro metri' ci dice in tranquillità. Luis sbianca. 'Cinque anni fa un australiano stava surfando una grossa mareggiata, e quando è tornato da Papa Tangaroa mi ha detto di aver visto uno squalo. Io pensavo che le stesse sparando grosse, ma ogni volta che andava lì a surfare mi raccontava la stessa cosa. Finchè un giorno lo abbiamo visto apparire. Suppongo che abbia trovato una buona zona di caccia e gli sia piaciuto il posto. Quando sono venuti Tamayo Perry e Greg Long qualche mese fa ha fatto visita anche a loro, facendoli uscire dall'acqua di corsa!' Intanto Papa Tangaroa, come tutti gli spot della costa est, smette di rompere. Una nuova mareggiata, questa volta da ovest, raggiunge l'isola accompagnata da pioggia e vento. Utilizziamo questi giorni per conoscere meglio la cultura e la vita del popolo più geograficamente isolato del pianeta. Ci trovavamo a 3700 chilometri dal Cile e a più di 4000 da Tahiti. La lontananza dal mondo occidentale si respira tra le strade rossastre di Hanga Roa e nei tratti polinesiani degli abitanti. Sembra di essere tornati agli anni '50. Solo il cyber café vicino al supermercato Kai Nene e le grosse auto fuoristrada ci riportano al presente. Il sole di mezzogiorno veste l'isola di un verde clorofilla in splendido contrasto con le rocce vulcaniche. La spiaggia di Anakena, nella costa nord, ci permette di dimenticare per un paio d'ore l'assenza di onde. Una sabbia chiarissima accoglie un timido gruppo di turisti che approfittano degli stessi raggi di sole che stanno illuminando in modo magico i sei moai posizionati di fronte al bosco di palme. 'Credo che sia la spiaggia più bella in cui sono stato nella mia vita' dice Iker, che di paesaggi spettacolari deve averne visti parecchi durante gli anni a surfare in giro per il mondo. Un paio di session ad Apina e a Motu Hava, di fronte al villaggio di Hanga Roa, chiudono il nostro viaggio. È l'unico momento in cui condividiamo l'oceano con alcuni locali. Quasi tutte le loro tavole provengono da surfisti peruviani, americani o cileni che le hanno lasciate o vendute. Questa lontananza e la difficoltà delle onde hanno avvolto l'isola in aurea di mistero, penetrabile solo da parte di chi cerca qualcosa di speciale e violentemente puro!


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