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HOSTAL PAR SIEMPRE

a cura di Stephane Robin Condividi SurfNews

Braci fumanti, vetri rotti tra le assi carbonizzate e le lattine fuse. Questo è tutto ciò che rimane del nostro soggiorno a La Caldera. Dopo venti giorni di onde piccole e brutto tempo, i ragazzi sono letteralmente impazziti. Non fanno altro che bere, e quando il bar chiude tornano al campo base, carichi di birre, accendono un fuoco, e tentano di cucinare qualcosa, mescolano come riescono carne in scatola, spaghetti di riso, salsa e birra nella pentola in bilico sui tizzoni. Terminata la birra, la faccenda si fa brutta. Iniziano a tirare quel che possono nel fuoco, legni, lattine, cibo e tutte le schifezze raccolte in spiaggia, poi iniziano i combattimenti a colpi di bambù. Fiamme alte tre, anche cinque metri sono visibili da lontano. A questo punto gridano contro tutto e tutti, contro i locali, il tempo, le onde, le fottute Azzorre, gli altri surfers, poi, ubriachi marci si dirigono verso le loro tende uno dopo l'altro e la calma ritorna a Caldera. Si arriva al paradosso l'ultima notte, dopo tre giorni di pioggia, quando dopo aver bevuto oltre cinquanta birre al bar, accendono il solito fuoco, ma avendo già bruciato tutto il bruciabile, iniziano a tirare nelle fiamme anche i pacchi di riso, la farina, le bottiglie di olio d'oliva, resina, tenda, scarpe, qualsiasi cosa sia a portata di mano. Riesco a salvare una delle mie tavole in extremis! Probabilmente ce l'hanno con me per averli portati a Caldera, ce l'hanno col mondo, perche i tre metri d'onda sognati non sono arrivati, sono incazzati perché vento e pioggia li hanno tenuti rinchiusi in tenda per giorni, perché non hanno usato i gun shapati per l'occasione e per il fatto che, con tutti i soldi spesi per venir fin qui, avrebbero potuto essere in Indonesia a prender tonnellate di tubi. Ma ciò nonostante, Caldera rimane tra i posti migliori per surfare alle Azzorre. Non si può prevedere il comportamento dell'oceano, e l'Atlantico è tra i più incostanti alternando spesso mareggiate enormi a lunghi periodi di calma totale. Visitare questo arcipelago è nei miei progetti da tempo. Ho saputo del suo potenziale da un amico che ha vissuto qui per anni e che mi ha mostrato foto di onde incredibili. Dovevo solo trovare il giusto periodo e visto che l'autunno si suppone sia la stagione migliore in Atlantico, non c'è voluto molto per fare i bagagli e partire in direzione di Lisbona. Solo Tom era intenzionato a venire con me all'inizio, poi suo fratello John e Steph si sono uniti alla spedizione. Tom e John hanno viaggiato parecchio, sono abituati a sopravvivere con poco. Sempre senza soldi, sono l'archetipo del surfista-vagabondo, spendono la propria esistenza surfando e shapando tavole. Per tutta l'estate hanno lavorato in un campeggio, ora hanno il contante ed il bisogno di scappare dall'affollamento di fine estate. Queste son le ragioni che ci han portato ad atterrare a Sao Miguel a metà Settembre. Dopo qualche giorno passato a guidare in giro per l'isola surfiamo un paio di giornate epiche nel break più conosciuto. Dopo di chè siamo pronti per il passo successivo: raggiungere la misteriosa Caldera. I ragazzi sanno che l'isola in cui andremo è direttamente esposta all'oceano aperto e può produrre onde enormi. Si sono portati un bel quiver di tavole da onde grosse che hanno costruito per l'occasione, per esser sicuri di non avere problemi quando il gioco si farà duro.


VERSO CALDERA

Il forte rumore del traghetto rimbomba nella mattina. Siamo salpati, finalmente. Punta Delgada è un posto carino, probabilmente la città più densamente popolata delle Azzorre. Niente di veramente sfavillante, ma un'atmosfera rilassata, anche se la transizione verso l'ultracapitalismo è già iniziata anche qui. Io non so se gli abitanti volessero il nuovo centro commerciale, fatto sta che ora ne hanno uno come tutti gli altri in occidente, con tutti i negozi possibili, ristoranti e anche il miglior webcafè dell'arcipelago. Qui almeno John ha avuto la possibilità di comprare uno zaino a buon mercato dopo che la compagnia aerea ha perso il suo bagaglio. Ora sta passeggiando sul ponte del traghetto con un paio di ciabatte appiccicose rubate dal bagno comune dell'ostello proprio stamattina. Probabilmente uno degli ostelli migliori dove io sia stato, situato in un posto meraviglioso, con un arredo incredibile che include oggetti in stile antico. John non sapeva che la maggior parte di coloro che erano ospitati ci avrebbero seguito anche sul traghetto, il proprietario delle ciabatte è con buona probabilità imbarcato con noi. A giudicare dal numero di scarpe deve essere sicuramente più alto della media ma John se ne frega, le ciabatte comunque finiranno poi nel fuoco con tutto il resto. Il traghettamento è tranquillo grazie al vento debole e al mare calmo. La birra a bordo è abbondante e poco costosa, come pure il prosciutto e il formaggio e Tom e John ne acquistano in quantità. Guardando la mappa cerchiamo di individuare le isole che avvistiamo durante il tragitto. La gente del posto è amichevole, ci racconta dei villaggi da cui proviene, ma nessuno di loro sa niente di Caldera. Il mistero intorno alla nostra destinazione si fa più fitto. Stiamo costeggiando un'isola pietrosa da un pezzo, la scogliera è a strapiombo sul mare ed è altissima. Sembrerebbe essere la nostra destinazione, anche se stando al percorso programmato dovrebbe mancare ancora una fermata. Scopriamo presto che non ci stiamo sbagliando: il capitano ha saltato un'isola. Il resto dei passeggeri inizia a muovere le proprie cose, siamo stati sulla nave per tutta la giornata ma è stato gradevole. Ci stiamo avvicinando alla terra dell'utopia, mentre immagini da sogno di un point break spettacolare vanno e vengono nella mia mente. Una volta a terra ci accorgiamo che i taxi scarseggiano. Uno di noi si incarica di andare in cerca di un alimentari per acquistare ulteriori provviste, non abbiamo idea di cosa ci aspetta una volta arrivati a destinazione e non vogliamo dover tornare in città troppo spesso a comprare cibo. Mentre la maggior parte degli isolani scompare nelle case, noi tentiamo di trovare un taxi abbastanza grande per caricare tutto il nostro bagaglio. Qui non siamo all'aeroporto di Denpasar, è rimasta una sola mercedes nuova di trinca ed il taxista ci guarda sapendo che è la nostra ultima speranza. Ci lascerà legare tre immense sacche piene di tavole sul suo veicolo immacolato? Noi abbiamo le cinghie e lui la vettura, ma prima proviamo a infilare una sacca dentro l'auto. Niente da fare, il tassista è comunque divertito e alla fine acconsente a trasportare l'enorme carico sul tetto del taxi. A questo punto non abbiamo bisogno di dire altro, lui sa già dove siamo diretti visto che La Caldera è la sola onda consistente sull'isola. E' già buio, ed il tassista è preoccupato per le pietre che a volte cadono lungo il percorso mentre iniziamo la discesa. Per cercare alloggio a La Caldera ci suggerisce di prova all' 'hostal par siempre' mentre passiamo vicino al cimitero.

CAMMINARE

Appena fa luce usciamo dalle tende, curiosi di vedere dove siamo finiti. Natura incontaminata tutto intorno, dietro a noi alcune piccole costruzioni sbucano tra il verde in lontananza, di fronte una scogliera alta seicento metri ed un sentiero che scende verso il mare. Lontano in basso le piccole linee della mareggiata srotolano attorno al point: tutto è molto pittoresco ma non vedo niente di surfabile. La camminata ci pare subito seria: circa cinque chilometri di sentiero fangoso che scende a lato della scogliera, e noi siamo carichi come cammelli. C'è sempre un momento, in ogni viaggio surf, nel quale finisci per camminare. Spostarsi a piedi è la base dell'esplorazione, la maggior parte dei surf breaks sono stati scoperti da qualcuno che ha camminato attraverso cespugli, foreste, deserti, ed anche a noi tocca la nostra dose di cammino verso Caldera come tutti gli altri che ci hanno preceduto. I surfisti del passato però portavano di solito una tavola sola e cercavano di non pensare a cosa avrebbero fatto se si fosse rotta. Noi di tavole ne abbiamo undici in totale, troppe forse, ma dovendo campeggiare per svariate settimane, abbiamo pensato di non farci mancare nulla. Steph ha sistemato la cinghia della sua sacca sulle spalle e la trascina utilizzando le fragili ruote da aeroporto. I fratelli hanno messo a punto una slitta di legno per poter trascinare tutto il materiale sul sentiero roccioso. Io mi siedo un attimo in mezzo a tutte le mie borse, tavole, attrezzatura fotografica, cibo, e mi accorgo che è molto di più di ciò che sono in grado di trasportare. Tutti sanno che i locali usano dei quad per portare il materiale da costruzione fino a Caldera, ma oggi non passa proprio nessuno. Dopo circa un ora, fermo il primo che passa. Il piccolo guidatore muscoloso mi guarda senza un sorriso dalla sella del suo potente quad. Gli chiedo di darmi un passaggio, ma lui non risponde, scuote solamente la testa e comincia a caricare la mia attrezzatura sulla moto. Strada facendo prende su anche la sacca di Steph, con le ruote oramai quasi completamente andate. Tom e John invece si guadagnano il suo rispetto portando quasi tutta la loro roba da soli fino a sotto.

IL CAMPO

Il sentiero finisce all'interno di un villaggio fantasma distrutto due volte dai terremoti del 1964 e del 1980, dopo dei quali la maggior parte degli abitanti è fuggita, lasciandosi dietro per sempre i mucchi di pietre che una volta chiamavano casa. La ricostruzione comunque è iniziata e ci sono già persone che vivono qui, anche se sono poche. Sono cinque al massimo quelli che passano anche l'Inverno in questo posto dimenticato da Dio. Il campeggio libero è tollerato e montiamo le tende in una piccola radura erbosa circondata da lastroni di lava, giusto nel caso un forte vento tenti di spazzarci via con le nostre sistemazioni. Il vento soffia spesso molto forte qui alle Azzorre, e in modo particolare su queste scogliere, esposte ad ogni direzione. Oggi una gentile brezza dal mare rinfresca l'aria. La mitica sinistra che siamo venuti a surfare non rompe. Sulle immense secche arriva solo schiuma all'altezza del ginocchio, appena sufficiente a farci intuire la forma delle onde in un giorno buono. Seguendo il sentiero troviamo un'altra baia con onde carine ed un paio di persone in acqua. Presto incrociamo i locali, e ci rendiamo conto che la nostra presenza non li rende molto felici. Quattro surfers e tutte quelle tavole forse sono un po' troppo. Il loro atteggiamento è comprensibile, ed è il motivo per cui viaggio quasi sempre da solo. Quattro nuove facce su un line up, materializzatesi dal nulla, sono viste sempre con sospetto. Anche noi siamo sorpresi, non ci immaginavamo di trovare tutti questi surfisti in un posto così remoto. Sembra che almeno quattro di loro vivano nelle vicinanze ed un'altra decina vengano da fuori. Ci avvisano immediatamente che non c'è problema riguardo al campeggio e al surf ma che non vogliono si faccia alcuna foto del posto. A questo punto inizio a sentirmi poco a mio agio, ed immagino che non sappiano cosa io sia veramente venuto a fare. Per fortuna i ragazzi non hanno nessun logo sulle tavole e non mostrano i segni di riconoscimento tipici dei professionisti in missione fotografica.

PANE E OLIO DI OLIVA.

Il bar spesso finisce il cibo, niente più panini al formaggio e si rimane con solo pane. Il pesce invece abbonda e Tom John e Stef sono provetti pescatori. Al bar mangiamo con i nostri nuovi amici pane, olio di oliva e niente altro. Dopo alcune birre, ci raccontano che il posto sta diventando un po' troppo affollato e che non vogliono ulteriore esposizione sui magazine di surf. Caldara rompe troppo di rado e non può sopportare grandi folle. Mi raccontano anche come hanno cacciato a malomodo i fotografi che mi hanno preceduto! Di ritorno nella mia tenda, controllo la mia attrezzatura fotografica mentre mi chiedo quanto sarò al sicuro nei giorni a venire. I locali comunque hanno ragione, il break non è per niente consistente, la sinistra non si fa quasi vedere durante tutta la prima settimana. Surfiamo invece la destra, alta alla spalla, talvolta alla testa, in un acqua trasparente come cristallo. Nessuno si lamenta e l'atmosfera in acqua è molto tranquilla. Dopo una settimana ci siamo abituati a camminare qui attorno e a fare spedizioni in città per i rifornimenti di cibo. Le previsioni dicono che un ciclone si sta dirigendo verso di noi. Speriamo che faccia crescere le onde aggiungendo un po' di action seria alla routine di tutti i giorni. Invece nel giro di un giorno o due il tempo cambia e pare impazzire totalmente. Passiamo dai caldi pomeriggi soleggiati dei giorni precedenti a forti piogge e venti tremendi. Le onde si ingrossano a tal punto che lo spot non è in grado di reggere la misura e diventa impraticabile. Inoltre è diventato difficile cucinare sul fuoco ed impossibile andare a pesca con la fiocina. Nella tenda i giorni sono lunghi, ma ci si può fare ben poco. Splendide cascate d'acqua piovana con salti di trecento metri scrosciano dalle scogliere verso il mare. Improvvisamente mi rendo conto come mai il paesaggio è così verde. Poi improvvisamente una mattina presto l'inferno si placa, il mare si allunga in onde intorno ai due metri che si srotolano in assoluta perfezione. In acqua non c'è nessuno, neppure i locali. Gli altri si stanno ancora riprendendo dalla sbornia della sera prima. Esco e prendo in completa solitudine onde stupende. Ma dopo poco il vento arriva di nuovo, mentre un altro banco di nuvole si staglia minaccioso in lontananza. In breve la perfezione si trasforma in tremendi close out, la mareggiata si incattivisce e io mi avvio verso la riva, cercando di non farmi sbattere dalle onde sui massi scivolosi della scogliera. Quando arrivo al campo i ragazzi stanno ancora dormendo ubriachi. Chi di loro crederà che sono l'unico in questo faticoso viaggio ad aver surfato le mistiche sinistre di La Caldera?


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