Con lo sguardo fisso all’orizzonte ed i piedi nel
fango di un fiume del Nordest brasiliano, aspettiamo il
Pororoca. Molti chiamano quest’onda “il mostro”
o “il killer” ma non ne capisci il vero motivo
finchè all’orizzonte non spunta una larga striscia
di acqua bianca che lambisce gli argini e risale il fiume.
Il suono, da prima ovattato, si trasforma in un vero e proprio
tuono che sfida la corrente e incute terrore. Mentre le
popolazioni locali pregano per non essere spazzate via o
trascinate a monte, i surfisti si preparano e aspettano
il Pororoca trepidanti e con le tavole in mano. Il Rio delle
Amazzoni è il simbolo delle vene del pianeta: è
il terzo fiume della Terra e attraversa da Ovest a Est il
continente sudamericano. Nasce tra le Ande Peruviane e dopo
una corsa di 6.280 Km tra Perù, Colombia e Brasile,
si riversa nell'Oceano Atlantico. Nonostante le dimensioni
enormi ed il lungo percorso, la corrente di questo gigantesco
fiume è lenta e il dislivello, dalla sorgente alla
foce, è solo di un centinaio di metri. In Primavera,
a causa di questa differenza di quota e dell'allineamento
di Terra, Sole e Luna, arriva la Grande Marea, quella che
gli indios chiamano "Pororoca".
Un'onda
alta fino a cinque metri che si forma al largo e si spinge
per decine di km all'interno lungo il ventre del grande
fiume. Pororoca in lingua locale significa “grande
rumore che distrugge” e lo si sente da chilometri
di distanza.
Il Pororoca è energia grezza, energia primordiale
che nasce dallo scontro delle onde oceaniche col fiume che
spinge verso il mare dopo migliaia di chilometri di foresta.
Nell’immaginario dei surfisti, invece, Pororoca significa
tutt’altro. Un’onda quasi irreale che frange
per 13 chilometri e che può essere cavalcata praticamente
all’infinito.
Ma facciamo un passo indietro. Tutto è cominciato
una settimana fa a Manaus, la città al centro del
Brasile dove ci siamo dati appuntamento. Un centinaio di
anni or sono Manaus era una specie di cattedrale nel deserto,
la città più ricca del emisfero sudoccidentale,
l’unica ad avere una centrale elettrica indipendente.
La città ebbe il suo momento di sviluppo grazie agli
alberi della gomma di cui era ricca la regione circostante
ma la gloria durò poco quando si scoprì il
modo di coltivare l’albero della
gomma
in Indonesia. La città ed i suoi sogni caddero nell’oblio.
Oggi Manaus non varrebbe il viaggio se non fosse per la
sua posizione. Questa città è infatti il punto
di partenza per i viaggiatori che si spingono nel cuore
della foresta amazzonica ed è da qui che si raggiungono
le foci dell’Araguari, il punto in cui nasce Pororoca.
Da Manaus, partiamo per raggiungere quella che sarà
la nostra casa per una settimana: la “El Dorado”,
una piccola imbarcazione da pesca in legno dotata di fantastiche
amache al posto delle più classiche cabine. Lo scopo
della nostra spedizione è di riuscire a portare i
surfisti Ross Clarke-Jones, Eraldo Gueiros, Carlos Burle
e Picuruta Salazar più vicino possibile all’onda
a bordo di jet sky o piccole barche a motore. Da quella
posizione potranno, se tutto va bene, fare il take-off e
seguire l’onda in tutta la sua corsa verso l’interno.
Eraldo, Picuruta ed il fotografo sono ottimisti: nelle passate
spedizioni sono stati sempre “graziati” dal
mostro ma consigliano di indossare giubbotti salvagente
e caschi protettivi. All’avvicinarsi della prima onda
Paolo, la nostra guida india, ci da l’ok e avvia il
motore fuoribordo. Paolo è un navigatore esperto,
ha incontrato il Pororoca dozzine di volte ma anche per
lui la tensione è alta. Il rischio è serio:
se vieni sbalzato fuori dalla barca ti trovi
improvvisamente
sommerso dalla furia delle onde che trascinano con sè
non solo rami secchi e arbusti vari ma anche, e soprattutto,
alligatori, serpenti e piranhas. Paolo ci avvisa anche che
se Pororoca scatenasse la sua furia su di noi, dovremmo
gettarci immediatamente dall’imbarcazione per non
rischiare di essere feriti dal legno della barca che, con
tutta certezza, esploderebbe come se colpita da una granata.
Devo confessare che all’avvicinarsi dell’onda
la paura comincia a divenire tangibile e i racconti di Paolo
dei giorni prima non aiutano a stemperarla.
Le leggende brasiliane narrano che Lemanjà, la dea
degli oceani, di tanto in tanto si risveglia assetata di
sacrifici. Pororoca è uno degli strumenti attraverso
i quali risquote il suo tributo in vite umane. Mentre penso
a queste cose Paolo rompe il silenzio gridando che c’è
un problema con il motore e che dobbiamo essere pronti a
saltare fuori dalla barca in un minuto! I racconti di Paolo
diventano improvvisamente realtà. La
prima
Pororoca della giornata ci coglie alla sprovvista. Siamo
fuori dall’acqua in un baleno ma l’altra barca
che ci segue è in difficoltà e noi, che abbiamo
rapidamente raggiunto la costa, non possiamo fare altro
che stare a guardare i nostri compagni di viaggio che, cercando
di allontanarsi dalla barca, vengono aggrediti dall’onda
in tutta la sua terribile bellezza.
In un istante il battello pneumatico ed i suoi passeggeri
vengono masticati e immediatamente risputati.
Nel frattempo vediamo che la barca di salvataggio sta venendo
a prenderci uno ad uno. Fortunatamente nessuno di noi si
è fatto davvero male anche se Josh ha una brutta
ferita sulla gamba causata dall’elica. E’ stato
davvero baciato dalla fortuna per essere riuscito a tirarsi
fuori dall’acqua prima che i piranhas lo intercettassero.Fin
dall’inizio siamo stati avvertiti della pericolosità
del fiume ma ovviamente abbiamo ignorato le parole di chi
sconsigliava l’impresa. La verità è
che le onde, spostandosi, risucchiano acqua dal cavo schiacciando
le imbarcazioni sul fondo. L’acqua, tracimando, copre
i terreni per spazi immensi, distruggendo villaggi e lasciando
la popolazione nella miseria più sconsolata. Gli
scienziati hanno cominciato a studiare questo fenomeno solo
intorno al 1984, l’anno in cui la spedizione di Jacques
Cousteau, in Brasile, venne travolto dalla furia dell’onda
che capovolse la sua barca distruggendo le costosissime
attrezzature da ricerca. Ma chi osa surfare queste onde-mutanti?
Per
quanto possa sembrare strano e pericoloso, esiste una scena
surf anche in questo sperduto ed inospitale ambiente. In
passato Rick, il fotografo, ha incontrato ragazzi di qui
che surfano il Pororoca. Nel Rio Capim sono state cronometrate
corse di quindici minuti mentre lungo il fiume Araguari
un’onda è stata surfata per quaranta minuti!
Surfare il fiume è completamente diverso da surfare
un’onda oceanica “classica”. Nell’oceano
la distanza più lunga percorribile è di circa
millecinquecento metri mentre nel fiume l’onda contina
a frangere, con diversa potenza, per chilometri.
Se
pensate che un’onda media nel mare dura meno di trenta
secondi, capirete quanto allettante sia, per i campioni,
surfare per oltre mezz’ora la stessa onda! Ma ecco
arrivare una seconda onda, questa volta siamo nella posizione
giusta! Il nostro barcaiolo vira brusco di fronte all’onda
e accelera per precederla. L’onda è dietro
di noi e Picuruta, forse il miglior surfista di Pororoca,
è il primo a buttarsi in acqua. Prima che l’onda
lo raggiunga da’ un paio di bracciate e si mette velocemente
in piedi. Ross, Eraldo e Carlos lo seguono subito. Picuruta
surfa instancabilmente e neanche le correnti del fiume lo
fermano. Le onde Pororoca sono difficilmente prevedibili:
a volte l’onda ti permette di fare ampie virate come
sulle onde oceaniche, altre volte puoi solo lasciarti trascinare
dalla schiuma aspettando che la forza del fiume si manifesti
ancora. Ad un certo punto tre delfini emergono dietro ai
surfisti, anche loro usano questo strano fenomeno naturale
per divertirsi.
Dopo
quaranta minuti di corsa l’onda si spegne frammentandosi
in tante piccole risacche. Il surfista brasiliano alza le
braccia per farsi vedere dalla barca appoggio prima di sparire
nell’acqua fangosa del Araguari. Anche Ross Clarke-Jones,
nonostante sia un campione affermato nelle onde oceaniche,
ha faticato a seguire il “local boy” Picuruta
ed è caduto un paio di volte. Fortunatamente il jet
ski lo ha riportato sempre nella posizione giusta. Ross
è arrivato diretto dall’Australia ed è
esausto per il viaggio. Con dodici ore di differenza nel
fuso orario decide di surfare il Pororoca del prossimo cambio
di marea cioè nel pieno della notte. I surfisti brasiliani
riescono a dissuaderlo ricordandogli che, col buio, anche
il più piccolo errore sarebbe certamente fatale.
E’ esemplare il rispetto delle popolazioni locali
per questa dimostrazione di forza della natura.
Sanno bene che il Pororoca non è solo un onda.
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